Islanda: le donne protestano per la parità salariale, e in Italia?

di Antonucci Carola
5 Min.

L’Islanda è il primo Paese nell’uguaglianza di genere, eppure le donne scendono in piazza e protestano per la parità salariale. C’è chi pensa che non hanno il diritto di lamentarsi, ma questo alle donne islandesi non interessa. Loro lo sanno e ne sono consapevoli, non basta lottare per l’uguaglianza se poi alla base non c’è il rispetto sul luogo di lavoro. Al loro fianco, anche la premier Katrín Jakobsdóttir.

Lottare per il mondo, non per sé stessi

Stando al report annuale del World Economic Forum (Wef), secondo la scala che misura la parità di genere nel mondo, l’Islanda è al primo posto con un indice del 91,2%. Nonostante ciò, le donne islandesi scelgono di scendere in piazza per protestare, questione che fa storcere il naso a gran parte degli islandesi e, forse, anche a chi si trova fuori dai confini nazionali. «Con che diritto, quando c’è chi sta peggio?»

Sciopero delle donne in Islanda per la parità salariale
© TPI

In Islanda, però, c’è un problema e questo problema si chiama parità salariale. Freyja Steingrímsdóttir, una delle organizzatrici della protesta, spiega che le donne guadagnando il 21% in meno degli uomini anche in un Paese definito “paradiso dell’uguaglianza”. Il 41% ha subito violenza di genere.

Le (circa) 40 associazioni che hanno organizzato lo sciopero giustificano lo slogan della campagna «Questa la chiamate uguaglianza?» con il senso del dovere nel rispettare le aspettative. Si sentono in dovere di lottare, pur nel loro stato di “privilegiate”, per loro stesse e per tutte le donne del mondo. Oltre 25.000 donne si sono presentate nella capitale – Reykjavík – con l’obiettivo di dimostrare che senza lavoratrici tutto si ferma e, soprattutto, che il lavoro e la sicurezza delle donne non è solo una questione limitata al genere femminile, ma di tutti i cittadini.

La prima ministra islandese protesta con le donne per le strade
Iceland’s Prime Minister Katrin Jakobsdottir ©  EPA/FILIP SINGER

Al loro fianco si unisce anche la premier Katrín Jakobsdóttir, da 14 anni nel ruolo e che ha contribuito a rendere l’Islanda più vivibile per le donne. Anche se non ancora del tutto.

Ma in Italia esiste la parità salariale?

parità salriale, Italia e Islanda messe a confronto
I diritti delle donne sono i diritti di tutti.

Se i Paesi nella classifica del Wef fossero amici con i “compagni di banco”, l’Italia e l’Islanda neppure si conoscerebbero. Tra loro c’è la differenza di ben 78 posizioni. Il “Bel Paese” si trova, infatti, al 79° posto.

Se si guarda ai dati della Commissione europea sul gap retributivo, però, l’Italia sembrerebbe stare in una posizione migliore rispetto al “Paradiso dell’uguaglianza”. Con il 4,2 %, in realtà, è addirittura migliore della media europea che ha il 13%.

Se invece si guardano i numeri dell’Eurostat, il Gender overall earnings gap – che non include solo retribuzione oraria media, ma anche la media mensile del numero di ore retribuite e tasso di occupazione – il divario sale fino al 43,1%. Il più basso europeo. Secondo i dati ISTAT del 2021, la retribuzione media oraria è pari a 15,2 euro per le donne e a 16,2 per gli uomini, il differenziale retributivo di genere è più alto tra i dirigenti (27,3%) e i laureati (18%). Inoltre, su 101.000 nuovi disoccupati, 99.000 sono donne.

Dove sta, quindi, il trucco? Lo sveliamo subito.

La Commissione europea, che abbiamo citato prima, comunica che il basso “gender pay gap” non sempre significa una parità salariale adeguata. In altre parole, potrebbe non dipendere dalla volontà dell’Italia di avere una parità tra i sessi, come ci fanno notare i dati dell’Eurostat.

In Italia, infatti, il basso gap risiede nel fatto che i lavoratori hanno uno stipendio molto inferiore rispetto ai colleghi europei, che concede l’illusione di essere un paese attento ai diritti, ma che di fatto ha ancora tanta strada da percorrere.

Di Carola Antonucci.

fonti: IlFoglio, CFnews.


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