Medio Oriente: quali scenari futuri?

di Emanuele Lo Giudice
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 8 Min.

Negli ultimi giorni si è aperto uno scenario critico in Medio Oriente, il quale rischia di compromettere la stabilità regionale e internazionale. Quali sono i possibili risvolti futuri?

Medio Oriente

La situazione in Medio Oriente si fa sempre più tesa, con il rischio che possa estendersi regionalmente e trascinare diverse nazioni nel conflitto. La guerra Gaza-Israele si protrae ormai dal 7 ottobre 2023, con incessanti bombardamenti giornalieri e un’operazione (israeliana) che sembra pronta a cambiare gli assetti geopolitici contemporanei. È ciò che ha dichiarato l’IDF nel preannunciare un’ « operazione di terra » che, però, ancora non parte. Sembra infatti che gli Stati Uniti mettano pressione su Tel Aviv affinché questa « ground operation » non avvenga o, se proprio agli occhi di Israele risulta inevitabile, almeno che avvenga (sempre a detta di Washington) nel rispetto del diritto internazionale. 

Il diritto internazionale, in ogni caso, sembra talvolta lasciato a sé, essendosi ormai la situazione velocemente deteriorata. È una scheggia impazzita, la guerra, che rischia di far detonare un qualcosa di molto più vasto di quanto si immagini. Non è un caso se ad oggi ogni giorno c’è un via vai dei « grandi », la quale presenza in Israele, per cui parteggiano, ha una natura doppia. È sia un monito ai Paesi ostili a Tel Aviv, sia un piantare la bandiera e farsi sentire in una regione per l’Occidente non di poco conto.
In ogni caso, tra una stretta di mano e una riunione di gabinetto, la situazione a Gaza (ormai bombardata a tappeto) si deteriora di ora in ora. Su Gaza cadono bombe, su Israele cadono le minacce dei Paesi limitrofi e non, tra i quali forse (per ora) solo l’Arabia Saudita e il Qatar si sono rivelati cauti. L’Arabia Saudita ha infatti interrotto il processo di normalizzazione dei rapporti con Israele, che aveva avuto una spinta con gli Accordi di Abramo del 2020.

Rimane un punto principale però. La situazione che si è aperta il 7 ottobre è nuova, sicuramente molto differente dai conflitti precedenti. 

Regione in pericolo?

Medio Oriente

Le crisi tra Israele e Palestina retrocedono di decenni e, nonostante crisi violente negli ultimi anni, la mediazione (soprattutto egiziana) è riuscita il più delle volte a placare gli animi. Ad oggi però lo scenario che abbiamo davanti è diverso.

L’incursione di aria e terra di Hamas del 7 ottobre ha creato una crisi non conosciuta, la quale ha colto di sorpresa Tel Aviv. Israele è risultato fragile, se si pensa alla propagandata (e metaforica) corazza che si è creato per dividere i palestinesi da sé. Nonostante il ferrato controllo dei territori, l’incursione di terra è avvenuta. È d’altronde una delle zone più controllate del mondo, eppure c’è chi già parla di un « buco nel sistema », indicando quello israeliano. Falle o meno, l’escalation che si presenta oggi ai nostri occhi è ben più critica di quanto si creda, la quale potrebbe avere conseguenze non solo a livello regionale, ma anche internazionale.

Da Gaza al Medio Oriente

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« La geopolitica cambia » è ciò che Israele cerca di far capire a chi sta seguendo la guerra, soprattutto dall’esterno. La stessa cosa la sostengono Hamas, Hezbollah e l’Iran, il quale si inserisce nel quadro in quanto grande sostenitore di Hamas. Questo già pone una domanda: perché l’Iran sciita dovrebbe appoggiare un gruppo sunnita? Una ragione è proprio il contrasto a Israele, che fa comodo a Teheran. L’Iran necessita infatti di spezzare il blocco anti-iraniano che ha preso vita con gli Accordi di Abramo. Svantaggiare Israele e lasciarlo rispondere ad Hamas, significa fratturare quella normalizzazione cara sia agli Stati Uniti di Trump che di Biden.

Dopo 50 anni dalla Guerra dello Yom Kippur del 1973, l’esplosione Israele-Gaza mina lo status quo regionale, che potrebbe compromettersi e anche criticamente. La « ground invasion » israeliana potrebbe significare l’entrata in gioco dell’Iran, che gioca già una proxy war tramite il Sud del Libano. Teheran ha reiterato tale minaccia più volte negli scorsi giorni, anche rivolgendosi ad Ovest, specialmente nei riguardi degli Stati Uniti. Se l’Iran entra in gioco, gli Stati Uniti potrebbero vedere in pericolo le proprie postazioni in Medio Oriente. Già dal 17 ottobre diverse basi americane sono infatti sotto attacco di droni, specialmente in Iraq. È uno scenario improbabile – comunque non impossibile – che spaventa non poco chi segue gli eventi dalle situation room esterne.

Uno scenario più probabile sarebbe la formale entrata in guerra di Hezbollah, che ad oggi colpisce Israele come risposta all’uccisione dei suoi uomini. Tel Aviv, di contro, ha già sottolineato che l’entrata in guerra di Hezbollah significherebbe « una grande batosta per il Libano ».

È anche dallo Yemen che arrivano (ma non entrano) simbolici missili, il che comporta un’ostilità che eccede il Vicino Oriente. È improbabile che lo Yemen dichiari guerra, soprattutto per la situazione interna (guerra civile) che vive dal 2014. Risulta comunque un tassello importante per capire il ribollire del risentimento musulmano e arabo nei confronti di Israele.

C’è chi già urla alla Terza Guerra Mondiale, che non è un’ipotesi del tutto accantonabile. A pensarci al di fuori del Medio Oriente ci sono la Russia, che sfrutta il momento per portare avanti la propria campagna (per lo più fallimentare) in Ucraina, e la Cina, entrambe le quali parteggiano per la Palestina. Il rischio, seppur in minima parte, c’è sempre, anche se non significa che l’Europa o l’Occidente vengano fisicamente compromessi. Noi forse ne risentiremmo le conseguenze sociali, come la Francia e il Belgio in questi giorni. È pur vero che l’allarme nucleare è sempre dietro l’angolo, usato soprattutto per intimorire, ma è uno scenario molto più lontano di quanto si possa immaginare (si spera).

La situazione è altamente complicata per essere liquidata tramite parole di pace e slogan positivi, purtroppo. Già fratturato, il sistema internazionale ad oggi è ancora più diviso, in quella che sembra essere forse l’anticamera dello « scontro tra civiltà » di Huntington. C’è da sperare, ma sebbene la speranza sia sempre l’ultima a morire, la realtà con la quale ci scontriamo è di gran lunga meno facile da sbrigliare. Si è aperto un altro punto caldo nel blocco eurasiatico, che fa tremare di parecchio il pavimento sotto ai nostri piedi. 

Scritto da Emanuele Lo Giudice


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