L’uomo e l’istinto alla guerra

di Alessia Giurintano
5 Min.

La tendenza alla guerra come istinto umano è oggetto di studi socio-antropologici. Il conflitto accomuna l’uomo dalla Preistoria fino alla contemporaneità.

L’uomo primitivo era solito usare armi rudimentali, come rocce o frecce, ma ha da sempre ricorso al conflitto sanguinoso per imporsi.

Ad oggi, con il progresso scientifico e la tecnologia sempre più innovativa, i mezzi si sono fatti più precisi e pericolosi.

soldati in guerra

Homo homini lupus: L’uomo è lupo per altri uomini

Si parla di guerra a partire, orientantivamente, dalle società di cacciatori-raccoglitori del XIII secolo a.C.

I grandi cambiamenti associati a questo periodo storico, quali lo scioglimento dei ghiacciai, genera l’esigenza di adattamento ad ogni costo.

Da qui, infatti, l’uomo si associa in piccoli gruppi, e impiega il suo tempo cercando risorse utili al fine della sopravvivenza.

L’uomo, ora non più solo, deve proteggersi e proteggere.

Il conflitto, a questa altezza cronologica, sorge quindi come dinamica necessaria di sopravvivenza: l’uomo è lupo per altri uomini.

L’Illuminismo e i pensatori di pace

L‘illuminismo è il periodo storico “dei lumi”, e del pensiero positivo.

Nel XVIII secolo grandi personalità come Rousseau, Montesquieu, e Kant teorizzano la pace perpetua come scenario possibile.

Ad oggi, questa visione resta una utopia luminosa sì, ma comunque irrealizzabile.

Rousseau pone alla base del conflitto l’organizzazione politica, e quindi gli organi di governo: la sovranità genera malcontento e inevitabilmente conflitto sanguinoso.

Queste grandi personalità convergono sulla necessità di organi statali che possano limitare il potere di uno solo, per garantire i diritti del popolo.

Perché gli uomini fanno la guerra: Bertrand Russell

Bertrand Russell, filosofo inglese ha studiato e scritto degli uomini e del loro istinto sanguinolento.

Egli afferma che il seme della violenza risieda in un popolo malvagio, e quindi incline al conflitto. Aggiunge poi una motivazione politica, secondo cui la guerra è frutto di ambizioni dei governanti.

Egli si accorge che la guerra è però insita nella natura dell’uomo, e quindi coinvolge tanto i rappresentanti politici quanto i civili tutti.

I governanti sono mossi dal desiderio di potere e predominio, i cittadini dalla febbre bellicosa data dall’impossibilità di trionfo e dominio.

I primi sovrastano i secondi, e la guerra diventa per questi ultimi sinomino di rischio.

Egli afferma, dunque, che l’uomo è mosso da un impulso di guerra, che nasce da un desiderio, una passione.

Questa trova le sue radici nel passato, ovvero nell’uomo selvaggio che riemerge da lontano.

soldati fanno la guerra

La guerra secondo Bouthoul

Bouthoul, sociologo e geopolitico francese, analizza l’impulso bellico a partire dagli agenti sociali, cioè gli uomini.

Con il termine “impulso”, infatti, egli fa riferimento alle inclinazioni caratteriali che si differenziano da individuo ad individuo, sempre inserito nel contesto del conflitto.

All’interno del conflitto vi sono diverse personalità, ciascuna mossa da obiettivi differenti.

Il volontario, ad esempio, partecipa al conflitto per la difesa di una causa, per un valore, per una scelta che si è autoimposto.

D’altro canto, vi è un rovescio della medaglia, una seconda possibilità, che lui teorizza così:

«L’uomo fa la guerra per dare a sé una prova del suo esistere e per avere la sensazione della potenza

Dunque l’uomo di Bouthul è spinto da una tendenza egoistica.

Di Alessia Giurintano

Fonti: AIS, TheVision, Storia delle idee della filosofia e della scienza occidentale, Scienza e Pace


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