Le colpe della comunità internazionale nel genocidio in Ruanda

di Mirko Aufiero
7 Min.

Nell’aprile 1994 ebbe inizio il genocidio in Ruanda, che provocò oltre un milione di vittime. Ritardi, indecisioni e scarso interesse pregiudicarono l’efficacia della risposta internazionale

Il genocidio che si consumò in Ruanda nella primavera del 1994 è stato uno dei più sanguinosi dello scorso secolo, e anche uno di quelli più ignorati. Vittima di una narrazione schiacciata sugli antichi odi tribali come causa del conflitto, e della scarsa propensione della comunità internazionale a intervenire, è una delle pagine più nere della storia contemporanea.

Si stima che dal 6 aprile al 18 luglio del 1994 circa 1 milione di persone siano state uccise in seguito all’ondata di violenza scatenata dagli estremisti hutu. Tra le 150mila e le 250mila sarebbero invece le donne violentate.

Incredulità, rumore e confusione

genocidio Ruanda https://www.flickr.com/photos/gil_serpereau_photographe/23783589798 https://www.flickr.com/photos/gil_serpereau_photographe/

Le cause che hanno determinato la scarsa propensione della comunità internazionale a intervenire sono molteplici. Incredulità, rumore e confusione mediatica sono alcuni dei fattori citati da un rapporto dell’OSCE sulla risposta internazionale al conflitto in Ruanda.

Incredulità

L’incredulità riguarda il modo in cui la comunità internazionale ha sottovalutato la gravità degli eventi che si stavano svolgendo in Ruanda. Nel rapporto si legge che l’idea di genocidio veniva associata all’Olocausto, commesso nell’arco di più anni e con una dettagliata pianificazione da parte della Germania nazista. Sembrava dunque impossibile che un evento di tale gravità si potesse verificare in un Paese povero, agricolo e in così poco tempo.

Rumore

Il secondo fattore riguarda il “rumore“, ossia quelle “interferenze” che hanno impedito alla comunità internazionale di concentrarsi sul caso ruandese. Si tratta delle numerose crisi già in essere nel 1994, tra cui quelle ad Haiti, in Sud Africa e in Somalia.

Proprio quella in Somalia sembra aver giocato un ruolo chiave sul coinvolgimento statunitense. Gli Usa nel 1994 si trovavano impegnati in Somalia, e avevano ricevuto proprio l’anno precedente un trauma con la sconfitta nella battaglia di Mogadiscio. Per questo motivo sarebbero stati particolarmente restii a farsi coinvolgere in un altro conflitto e scelsero di non intervenire.

Il ruolo dei media

Un terzo fattore può essere individuato nel racconto fatto dai media del conflitto. Il genocidio è stato inizialmente raccontato come frutto di odi interetnici di origini remote, alle quali difficilmente si sarebbe potuto trovare una soluzione. Questa narrazione è frutto di una scarsa attenzione alla storia dell’Africa. Non vengono considerati i fenomeni più complessi alla base dei conflitti, tra cui quelli sociali ed economici. A ciò si aggiunge la scarsa copertura mediatica, frutto del limitato peso economico e politico del Ruanda.

Questa narrazione scarsa, vaga e basata sulla violenza etnica avrebbe avuto un impatto nel determinare le decisioni della comunità internazionale orientando la percezione del conflitto nell’opinione pubblica.

UNAMIR, il ritiro del Belgio e i ritardi dell’Onu

https://www.flickr.com/photos/un_photo/17243745030 https://www.flickr.com/photos/un_photo/ genocidio Ruanda

L’UNAMIR – la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda – venne creata con compiti peacekeeping e assistenza umanitaria nell’ottobre del 1993. La missione avrebbe dovuto contribuire a mantenere la pace nel Paese, alle prese con la guerra civile tra l’RPF (tutsi esuli) e il governo di Juvenal Habyarimana (hutu).

Tuttavia, nell’aprile del 1994, con lo scoppio delle violenze, il suo ruolo venne meno in seguito alla decisione del Belgio di ritirare le sue truppe, che ne costituivano il nucleo principale. La decisione fu presa in seguito all’omicidio di 10 peacekeepers belgi, incaricati di protegge la prima ministra Agathe Uwilingiyimana.

Il ritiro di queste truppe mise in grave difficoltà l’UNAMIR, come sottolineato dall’allora Segretario Generale dell’Onu, Boutros-Ghali, in una lettera al Consiglio di Sicurezza:

È «estremamente difficile per l’UNAMIR svolgere efficacemente il proprio compito…In queste circostanze, ho chiesto al mio Rappresentante Speciale e al comandante della forza per preparare i piani per il ritiro dell’UNAMIR»

Il 21 aprile il Consiglio di Sicurezza approvò la riduzione dei peacekeepers della missione da 2.500 a 270, a cui venne affidato il ruolo di promuovere un cessate il fuoco. Su tale decisione venne fatta marcia indietro – con un decisivo ritardo – il 17 maggio, quando il numero di militari fu portato a 5.500.

Il ruolo francese

Nel maggio 2021 il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto ai cittadini del Ruanda di «perdonare» la Francia per il ruolo svolto durante il conflitto. Il presidente francese ha fatto riferimento a un rapporto redatto da esperti francesi sul ruolo svolto dall’ex presidente François Mitterrand.

Dal rapporto emerge che la Francia non ha dato ascolto agli avvertimenti provenienti dal Ruanda sull’imminente genocidio e la responsabilità francese viene definita «grave e schiacciante».

Viene sottolineata la precedente complicità francese con il presidente ruandese hutu Habyarimana, durante il cui mandato erano già in corso i preparativi per il genocidio. Inoltre, anche l’avvio dellOpération Turquoise – operazione militare a guida francese per creare una zona sicura nel Paese – viene giudicato estremamente tardivo. Dall’Onu l’ok alla missione è arrivato soltanto il 22 giugno, ed è stato criticato dall’RPF per i rapporti di Parigi con Habyarimana.


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