L’attimo fuggente (1989) di Peter Weir | recensione

di Emanuele Fornito
5 Min.

Tra i cult più amati ed apprezzati di quel periodo, L’attimo fuggente è per molti un’icona che, grazie alla propria capacità di coinvolgimento emotivo, ha segnato l’animo e la memoria di milioni di spettatori.

Una voce fuori dal coro

Tratto da una sceneggiatura originale di Tom Schulman, il film ruota attorno alla figura del professore John Keating e al suo rapporto con la classe 1959 maschile del collegio di Weston, in Vermont. Per costruire il personaggio di Keating, Schulman si è ispirato a due professori incontrati durante gli anni del college, ponendo le basi per quello che è poi diventato uno dei personaggi più iconici del cinema di quel tempo. Peter Weir, infatti, utilizza una prima parte del film per mettere in risalto il modo atipico di insegnare del professor Keating, ponendo a confronto il modo rigido e dottrinale dei professori, per così dire, “classici” e quello umano ed emotivamente impattante di un uomo i cui metodi, come si scoprirà poi, si riveleranno troppo moderni per l’epoca, e forse anche per i tempi attuali.

Sistema educativo e riscoperta dell’umano

Appare ben chiaro sin da subito, grazie anche agli insegnamenti di Keating, che l’intento di Weir e Schulman è quello di promuovere una pesante critica ad un sistema, prima scolastico e poi sociale, che impone freddamente nozioni e che uccide ogni forma di sviluppo dello studente al di fuori dei prestabiliti canoni di carriera. È così che i giovani studenti del college, carichi di umanità e di meraviglia verso le varie discipline artistiche e non, si ritrovano, per pressioni esterne, a dover abbandonare e, in un certo senso, rinnegare sé stessi e la propria interiorità. Significativo a tal proposito è il personaggio di Neil Perry, studente che sogna di fare l’attore ma continuamente ostacolato dal padre.

In quest’ottica, il professor Keating appare come una salvezza inaspettata per gli studenti, che sono richiamati a porre l’attenzione sulla bellezza del mondo, sull’unicità della vita, sulla riscoperta dell’uomo e della propria infinita capacità artistica e creativa.

Un film significativo

I messaggi raggiungono lo spettatore attraverso una sceneggiatura a dir poco brillante: temi come il conformismo, il senso della poesia ma anche l’insensato processo accademico di voler razionalizzare l’arte sono esplicitati grazie agli espedienti geniali che Keating riesce ad inventare per trasmettere l’essenza della questione nel modo più significativo possibile. In questo senso, la scelta di Robin Williams per intepretare il professore appare perfetta.

Ma ciò che di più impattante c’è nel film è il suicidio di Neil, nella cui morte è racchiusa tutta la drammaticità e l’intero senso del film. Quella del ragazzo è una morte titanica, in cui alla rinnegazione delle proprie passioni è preferita la morte. E, proprio attraverso questo evento tragico, Schulman espone tutta l’ipocrisia del sistema scolastico, che strumentalizza la circostanza per estromettere definitivamente Keating, reo solo di aver voluto far sviluppare, nei suoi studenti, un pensiero autonomo, non conformato, e volto al perseguimento della propria, profondamente umana, strada interiore.

In conclusione

L’attimo fuggente, nonostante alcuni difetti minori, è senza dubbio una visione fondamentale, non solo dal punto di vista strettamente cinematografico, piuttosto dal punto di vista umano. Il film di Peter Weir rientra nelle opere che andrebbero mostrate agli studenti di tutto il mondo, ed è per questo che, quando parliamo de L’attimo fuggente, ci troviamo dinanzi ad un vero e proprio patrimonio artistico ed umano.


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