La scrittura: tra benefici e potenza comunicativa

di Costanza Maugeri
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 12 Min.

Vi confesso una cosa, si proprio a voi che state leggendo, sento sulle spalle un macigno enorme a causa delle parole che sto per scrivere. Ancor prima di calarci nel cuore dell’articolo, vi devo, quindi, uno storytelling per contestualizzare ciò che sto provando. L’argomento di questo editoriale, che il titolo vi suggerisce, mi coinvolge emotivamente. Vi spiego perchè.

Le lancette segnano le 3:00. Una notte come tante di quattro anni fa. Un sentimento profondo mi disturba, o meglio, mi inquieta. Non ne conosco la ragione ma c’è. Un disagio dell’anima, una sentimento simile a quello che si innesca quando ti ritrovi in un posto troppo stretto o immenso e non sai come orientarti. Mi alzo dal letto, quattro passi e mi ritrovo sotto gli occhi una banalissima penna nera e un foglio stropicciato. Scrivo queste parole:

Scrivo
nella sera
nera
mi sfogo
anima in fiamme
come un rogo
libero la mente
dalla gente
mente
a causa di una società opprimente
frasi fatte per parlare
filosofia commerciale
sempre in lotta mente cuore
sto in silenzio
perché i miei pensieri
fanno un gran rumore

Rime e incastri adolescenziali, senza titolo, nel mezzo dei miei 16 anni. Ma non importa e non mi importò quella notte. Ricordo una serenità profonda pervadere la mia anima e il mio stomaco. Un equilibrio tutto mio in cui, però, stavo così bene da riuscire a dormire e sognare qualcosa di bello. Quella sera scopro lei, la scrittura, amore che non mi abbandona, un solo attimo. da quel giorno e di cui, questo articolo, seppur in modo diverso dall’approccio originario, ne è il frutto non pretenzioso, ma solo il rifugio più sicuro.

Oggi, quindi, seppur in maniera, a tratti più razionale, voglio portarvi con me in quella magia.

Quando e perchè nasce la scrittura?

La scrittura nasce da una necessità. L’essere umano, ad un certo punto della sua “preistoria”, sente l’esigenza di categorizzare, registrare, appuntare. Un materiale bisogno che, nella letteratura, troverà, dopo secoli, pane per l’anima.

Convenzionalmente, la nascita della scrittura si deve alle popolazioni che, circa 5000 anni fa, occupano la Mesopotamia, attuale zona tra Iran e Iraq. Le prime forma furono cuneiformi, ci si avvicina a una scrittura sillabica con la civiltà minoica. Nel 1080 a.C. si ha, invece, in Egitto, il primo alfabeto in senso più strettamente moderno; seguito, gradualmente, da quello fenicio, quello greco e, infine, latino.

Da circa 5000 anni l’Uomo, quindi, accompagna alla sua vita la scrittura: pagine di lettere dell’alfabeto, copiato, temi e lettere d’amore e dolore.
Con la nascita della scrittura, convenzionalmente, si dà avvio alla storia dell’essere umano. Ciò che accade prima, rimarrà, per sempre, avvolto nel silenzio della parola non scritta.

Abbiamo scritto e scriviamo la nostra storia, la ricordiamo e la tramandiamo. Con le parole uccidiamo, firmiamo armistizi di pace e tregue dalle rabbia.

Perchè la scrittura fa bene? Parola alla scienza

A loro tempo, forse, se lo chiedono anche Dante, Ariosto o Leopardi, ma solo negli ultimi decenni, come è logico pensare, la scienza ha indagato gli effetti della scrittura sull’individuo.

Molti studiosi hanno dedicato la loro carriera a ricercare le ragioni che rendono la scrittura benefica per l’individuo, tra le voci più autorevoli, vale la pena citare lo psicologo americano James Pennebaker. Egli, a partire dl 1983, dedica le sue ricerche agli effetti della scrittura delle proprie emozioni sulla psiche. Tale approccio chiamato expressive writing si focalizza sulla narrazione del proprio universo emotivo, in particolare modo, delle proprie sfumature più buie.

Per i prossimi quattro giorni, il tuo compito è scrivere qualcosa riguardo l’esperienza più traumatica o sconvolgente che tu abbia mai vissuto. Lasciati andare ed esplora le tue emozioni e i tuoi pensieri più profondi. Mentre scrivi, potresti legare quell’evento ad altri aspetti della tua vita, ad esempio, alla tua infanzia, ai tuoi genitori, al tuo rapporto con gli altri, alla sfera scolastica e lavorativa. Potresti collegare l’argomento a chi vuoi essere in futuro, a chi sei stato in passato o a chi sei ora.

originali istruzioni secondo il modello di Pennebaker (2010)

Egli individua, nello specifico, tre meccanismi risultanti:

  • inibizione: l’individuo quando vive un’esperienza traumatica attiva, inconsciamente, un meccanismo di inibizione, eliminazione del ricordo. L’atto dello scrivere permette, invece, di evitare lo sforzo fisico e mentale che innesca questa dinamica. Prendere la penna in mano, riduce lo stress, le emozioni negative legate a quell’evento perchè funge da valvola di sfogo;
  • processi cognitivi: la scrittura permette di riordinare gli eventi e dare, di conseguenza, una struttura e un significato più profondo alle emozioni; spesso, aiuta a creare delle vere e proprie immagini mentali che inibiscono i rimugini;
  • rapporti sociali: la scrittura incide sui rapporti interpersonali umani, migliorando lo stato psicofisico.


Frattaroli, un altro studioso, individua un’altra dinamica:

  • esposizione: la scrittura crea un dialogo con se stessi, esso aiuta a razionalizzare gli eventi e ridurre il sopraggiungere di pensieri intrusivi,

 Lepore, Greenberg, Bruno e Smith, individuano, nel 2002, un altro meccanismo:

  • autoregolazione: la scrittura aiuta ad autoregolare le proprie emozioni, il soggetto si sente in grado, quindi, di poterle controllare

Un approccio autoanalitico, insomma, che il pedagogista Duccio Demetrio definisce “ricoltivazione del sé” .

La scrittura però non è metaforicamente un bisturi, quanto piuttosto un forcipe maieutico: ci aiuta a trar fuori da noi i problemi, a portarli alla luce, per esaminarli e dar loro parole, narrazioni, ricordi. Si tratta di un approccio autoanalitico di carattere “esistenziale”: diagnostico, prognostico, anche terapeutico – come sostenevano ancora gli antichi – volto alla cura intellettuale e filosofica del proprio animo; in una sorta di “ricoltivazione di sé”, avendo come guida lo scrivere e la volontà di non cancellare le proprie memorie, anche le più dolorose. La scrittura autobiografica infatti si dedica prioritariamente al passato, ma con uno sguardo proteso in avanti. Non cerca maestri, consulenti, figure alle quali affidare e delegare la propria cura

Duccio Demetrio, intervista di Officina Filosofica

A livello fisico, nel 2004, Sloan & Marx, individuano degli effetti benefici della scrittura su:

  • frequenza cardiaca
  • pressione sanguigna
  • sistema immunitario
  • sistema nervoso

Scrivere a mano o al pc e la memorizzazione: uno studio giapponese

scrittura

Con l’avvento della tecnologia sono molti i ragazzi e le ragazze, soprattutto in università, a prendere appunti al pc. Ma scrivere al pc è la stessa cosa di scrivere a mano? Non proprio

Il team di scienziati dell’Università di Tokyo ha considerato un campione di 48 individui; l’esperimento consisteva nell’ascoltare una discussione immaginaria tra più personaggi che parlavano dei loro piani futuri per i due mesi successivi e prendere, simultaneamente, appunti; un gruppo con carta e penna, l’altro con smartphone, pc o tablet.

 Un’ora dopo è stato chiesto a tutti i partecipanti di rispondere a una serie di domande sul dialogo che avevano ascoltato.

Durante il test, il campione si trovava all’interno di uno scanner per la risonanza magnetica. Il team di scienziati ha potuto esaminare, quindi. il flusso celebrale dei partecipanti e evidenziare delle differenze sostanziali fra coloro che hanno scritto a mano e chi, invece, ha usato un supporto digitale:

  • tempo di scrittura: chi ha scritto a mano ha impiegato 11 minuti in media, rispetto ai 16 di chi ha usato un dispositivo elettronico;
  • attività celebrale: chi ha preso appunti con carta e penna presenta una maggiore attività celebrale durante il test nelle aree del linguaggio, visualizzazione immaginaria e nell’ippocampo, zona chiave nei processi di memorizzazione e navigazione spazio-temporale.

La forza della parola scritta: un caso esemplificativo

La parola scritta ha una potenza inimmaginabile. Essa si diffonde velocemente, negli ultimi anni, anche troppo; ha il potere di modificare percezioni, giudizi, visioni di noi stessi e del mondo.

Un esempio esemplificativo, seppur negativo, è il cosiddetto Effetto Werther. Nel 1974 David Philips conia questa espressione per riferirsi all’effetto imitativo suicida. Poco dopo la pubblicazione, nel 1774, dei “Dolori del Giovane Wertherdi Goethe nel quale il protagonista, sul finale, si suicida, si registra un’onda di suicidi. 40 giovani si uccidono con dinamiche molto simili al protagonista. Philips, stesso, tra il 1947 e il 1968 osserva che, alla pubblicazione di una notizia di suicidio legata a una persona famosa, il tasso di suicidi aumenta circa del 12%.

Nel 2008 l’OMS ha, per tale motivo, redatto un documento, in cui si indicano, ai giornalisti. i criteri da seguire per scrivere le informazioni relative ai sucidi

  • Evitare un linguaggio che enfatizzi il suicidio o lo presenti come evento “normale” o che
    lo presenti come soluzione di un problema.
  • Evitare di presentare la notizia in prima pagina o di metterla in primo piano o, ancora, di
    riproporla con insistenza.
  • Evitare particolari specie relativi al metodo usato nel suicidio o nel tentato suicidio.
  • Evitare di descrivere i luoghi scelti per i suicidi.
  • Prudenza nei titoli.
  • Utilizzare con cautela foto e video.
  • Usare particolare attenzione nel raccontare l’eventuale suicidio di personaggi famosi.
  • Mostrare rispetto e cautela per le persone in lutto a causa di un suicidio di un proprio
    caro.
  • Dare informazioni su dove si può trovare aiuto (es. centri e servizi di supporto
    psicologico).
  • Ricordare che gli stessi professionisti dell’informazione (specie coloro che si occupano
    principalmente di cronaca nera) possono essere influenzati dalle storie di suicidio.

Nonostante tale esempio non brilli per positività, ci fa comprendere, a pieno, quanto sia essenziale usare le parole giuste. Esse hanno il potere di distruggere, si, ma ricordiamoci che hanno la forza di curare e, spesso, salvare. Siano gentili le nostre parole!

Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente.

Sigmund Freud

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