La nascita del prêt-à-porter, perché non ne possiamo più fare a meno

di Antonucci Carola
7 Min.

Il prêt-à-porter è ormai il centro della moda di oggi. Nessuno ne può fare a meno, ancorato così tanto al mondo del fashion. Ma sappiamo, effettivamente, cosa sia e come è nato? Vediamolo insieme.

Il prêt-à-porter dagli inizi del ‘900 al giorno d’oggi

Prima di iniziare a parlare della sua nascita e di come ha preso possesso della moda attuale, andiamo a definirne il significato. Il prêt-à-porter letteralmente si traduce con “pronto da indossare” e va a definire la creazione di capi di abbigliamento in serie, tutti uguali e che differenziano solo nelle taglie.

la nascita del prêt-à-porter
L’inizio degli abiti in serie, © 

Definito ciò, è intuibile come la moda che conosciamo oggi sia invasa e “atterrita” da questa produzione. Il termine venne coniato nel 1948 negli Stati Uniti, ready-to-wear, ma la sua invenzione risaliva a molti anni prima. Sebbene, infatti, il primo Salon du prêt-à-porter femminile venne costruito a Parigi nel 1957, l’assaggio della creazione di abiti in serie fu realizzata precedentemente oltreoceano.

Tutto ebbene inizio con una guerra, quella anglo-americana del 1812. Vennero create delle divise militari che fossero facilmente riconoscibili. La grande quantità richiesta fece nascere un primo prêt-à-porter, anche se, probabilmente, non con l’aiuto industriale che venne a svilupparsi solo in seguito. Precedentemente, c’era la figura del sarto – o della modiste per le donne – che aveva la capacità di creare su misura abiti unici.

Per visualizzare meglio, prendiamo una delle serie storiche più famose degli ultimi due anni, Bridgerton. Nella serie, le donne aristocratiche si recano spesso dalla modiste che, partendo da una stoffa, realizza e confeziona un abito su misura. Era proprio quello che accadeva, ovviamente sempre rispettando la moda del tempo.

La diffusione del Prêt-à-porter per i cittadini comuni avvenne invece in Europa: Dewachter Frères vendeva abiti in serie per uomini e bambini già nel 1885. Quindi, al contrario di quanto si possa immaginare, è nato prima per uomo e poi si è esteso al pubblico femminile.

L’omologazione dell’haute couture

Il concetto che si trova alla base è la proposta di abiti accessibili a tutti, ma in grado di competere con l’alta moda. Alla fine degli anni ’50, i grandi brand del tempo producevano ancora su misura per chi poteva permettersi tale costo.

Inizialmente, infatti, i protagonisti dell’alta moda non erano d’accordo proprio perché andava a smontare il concetto cardine del pensiero, secondo cui, la moda e lo stile dovessero essere valori elitari.

Il primo couturier a entrare in questo settore è stato Pierre Cardin. Nel 1959 ha presentato la prima collezione in serie nei grandi magazzini Printemps di Parigi. A seguirlo Yves Saint Laurent, allievo di Dior che nel 1957 aveva preso le redini della maison alla sua morte e che, nel 1966, ha inaugurato Rive gauche, la prima boutique di pret-à-porter femminile aperta da un couturier.

Con il successo del pret-à-porter, l’alta moda ha iniziato a perdere progressivamente importanza rispetto all’esponenziale linea evolutiva del settore. Vediamo, quindi, come anche l’alta moda inizia ad omologarsi alla produzione in serie, abbandonando quei valori di unicità di stile per traslarli nel concetto elitario del costo. Perché, per quanto i grandi brand siano vittime, ormai irrecuperabili, della produzione in serie, non hanno mai ceduto – e probabilmente mai lo faranno – ad un abbassamento del prezzo.

Il “verde vigor rude” del pret-à-porter che “ci allaccia i melleoli, c’intrica i ginocchi”

Sebbene la figura del sarto o della sarta sia, nelle piccole realtà, presente ancora oggi per riparazioni semplici, la concezione di un tempo è andata perduta. Con questo non sto in alcun modo dicendo che non esistono più le persone che amano farsi creare abiti su misura, ma la percentuale è davvero minima.

Con i grandi brand, anche del fast fashion, che creano “valanghe” di capi in serie aiutati dalle macchine, è ormai impossibile rinunciarci. È così insinuato alla base delle industrie di moda, con l’unica e sola parola chiave: standardizzazione.

Può cambiare qualche curva, dei centimetri, una bodyshape, ma siamo tutti uguali. Non so a voi, ma a me è capitato poche volte di avere la possibilità di ricevere un abito confezionato su misura, una di queste è stato per la festa dei miei 18 anni. Ben 6 anni fa. Il tempo impiegato per prendere misure, scelto la stoffa, pensato il modello insieme alla sarta e le rispettive prove e ritocchi, ha rasentato il mese e mezzo. E per quanto sia un’usanza bellissima, sentirsi bella con un abito che calza a pennello, con il colore che ti sei scelto, il taglio che volevi e la tua personalità rappresentata in delle cuciture, non ha più delle basi che possano sposarsi con la frenetica vita di oggi.

E lo so che possa essere altrettanto bello passare da una vetrina e innamorarsi di un capo, ma pensiamo a quanti possano innamorarsi dello stesso, proprio come a noi. In una società che grida ai giovani di sentirsi unici, nelle scelte e nel modo di essere, ha forse dimenticato che alla base, ci vuole tutti omologati.


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