La Cassazione sul saluto fascista

di Mirko Aufiero
6 Min.

La sentenza della Cassazione ha annullato la condanna a carico di otto persone accusate di aver fatto il saluto fascista nel 2016. Sarà dunque necessario un nuovo processo d’appello

Giovedì 18 gennaio la Corte di Cassazione ha annullato la condanna emessa nel 2022 dalla Corte d’appello di Milano a carico di otto militanti di estrema destra. La vicenda riguarda una commemorazione dell’aprile 2016 in onore di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 da militanti dell’estrema sinistra.

In quell’occasione, gli otto imputati avevano fatto il saluto romano fascista, ed erano stati accusati di aver violato la legge Mancino del 1993. Assolti in primo grado nel 2020, gli otto imputati erano stati condannati nel 2022 dalla Corte d’appello milanese. Come pena, due mesi di reclusione e una multa da 200 euro.

A tale decisione era seguito il ricorso degli avvocati, sul quale si è espressa giovedì la Cassazione -dopo tre ore di consiglio – con una informazione provvisoria. Nel documento viene affermato che la “chiamata del presente” e il “saluto romano” integrano il delitto della legge Scelba nei casi in cui «sia idonea ad integrare il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista».

Il saluto romano non sarebbe dunque un reato in quanto tale, ma solo nei casi in cui rappresenti un tentativo di ricostruzione del partito fascista o inciti alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (legge Mancino).

Viene così ribaltata la sentenza della Corte d’appello di Milano. Sarà necessario un nuovo processo d’appello per stabilire se gli atti degli otto accusati costituiscano un concreto pericolo di riorganizzazione del partito fascista o violino la legge Mancino.

Il ruolo della legge Mancino

Corte Di Cassazione | Rome, Italy | Karen | Flickr

Rifiutata la richiesta del Procuratore generale di conferma della condanna. Secondo il pg, il saluto fascista rientrerebbe infatti nel «perimetro punitivo della legge Mancino quando realizza un pericolo concreto per l’ordine pubblico».

Per la Cassazione tuttavia l’applicazione della legge Mancino non è esclusa. Nell’informazione generale si legge infatti che in «determinate condizioni» possa verificarsi anche la violazione della legge Mancino, oltre che della legge Scelba.

Come sottolineato dalla Cassazione, la legge Mancino vieta il:

«compimento di manifestazioni esteriori proprie o usuali di organizzazioni, associazioni,
movimenti o gruppi che hanno tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza
per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi»

Cosa prevede la legge Scelba

La legge n. 645 del 1952, nota come legge Scelba, deve il suo nome al ministro dell’Interno dell’epoca, Mario Scelba. Composta da 10 articoli, la legge proibisce la ricostituzione del partito fascista e disciplina il reato di apologia del fascismo.

Secondo l’art. 1, si ha la riorganizzazione del disciolto partito fascista quando:

«[…] una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, princìpi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista»

Le pene previste dall’art. 2 variano da un minimo di due anni a un massimo di cinque, con pene pecuniarie da 500mila a 5 milioni di lire. Queste pene possono essere raddoppiate nei casi in cui «l’associazione, il movimento o il gruppo» assuma i caratteri di una «organizzazione armata o paramilitare».

L’apologia del fascismo è invece definita dall’art. 4:

«Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità ideate nell’art. 1 è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila»

Nella sua sentenza la Cassazione ha fatto riferimento all’art. 5, che disciplina le manifestazioni fasciste:

Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, ovvero di organizzazioni naziste, è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da duecentomila a cinquecentomila lire.

Il giudice, nel pronunciare la condanna, può disporre la privazione dei diritti previsti nell’art. 28, comma secondo, numeri 1 e 2, del codice penale per un periodo di cinque anni.

Accusata da personalità vicine alla destra di essere incostituzionale per un apparente contrasto con l’art. 21 della Costituzione, la legge Scelba è stata legittimata da una sentenza della Corte Costituzionale del 1958. Nel testo venne infatti espressa la legittimità dell’art. 5 della legge e fu stabilito che tali manifestazioni potevano essere vietate nei casi in cui fossero volte alla ricostituzione del partito fascista.


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