L’Unione Europea 30 anni dopo il trattato di Maastricht

di Mirko Aufiero
8 Min.

Tre decenni dopo il 1993 l’integrazione europea procede ancora a velocità diverse, con notevoli mancanze nell’ambito dell’immigrazione e della difesa

Sono passati più di trent’anni da quando è entrato in vigore il Trattato di Maastricht l’1 novembre 1993. Nelle menti dei dodici leader europei che lo sottoscrissero il 7 febbraio 1992 esso avrebbe dovuto essere un primo passo verso un’Unione monetaria, economica e politica.

Tuttavia, dopo tre decenni questa “Unione” auspicata nel 1992 arranca ancora nel processo di integrazione. L’euroscetticismo, la mancanza di una politica estera e di una difesa comune e le crisi come la guerra russo-ucraina e la gestione dell’immigrazione ne mostrano tutte le fragilità.

Maastricht, 7 febbraio 1992

Tre decenni dopo il 1993 l'integrazione europea procede ancora a velocità diverse, con notevoli mancanze nell'ambito dell'immigrazione e della difesa

Il Trattato sull’Unione Europea venne firmato a Maastricht, nei Paesi Bassi, il 7 febbraio 1992 dai 12 Paesi membri della Comunità Europea (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna).

Esso segnava una nuova tappa nel processo di integrazione europea, avviando il processo di integrazione politica già presentato nel 1983 in occasione del Consiglio europeo di Stoccarda.

Il Trattato poggia su tre pilastri: le Comunità europee, la Politica estera e di sicurezza comune (PESC), e la cooperazione di polizia e la cooperazione giudiziaria in materia penale (JAI).

Il primo pilastro, le Comunità Europee, è costituito dalla Comunità europea, dalla Comunità europea del carbone e dell’acciao (CECA) e dall’Euratom. Esso riguarda i settori dove gli Stati membri prendono decisioni attraverso il cosiddetto metodo comunitario, ossia: proposta della Commissione europea, adozione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo e controllo del rispetto del diritto comunitario da parte della Corte di giustizia.

Il secondo e il terzo pilastro prevedono la cooperazione in materia di politica estera, nei settori della giustizia e degli affari interni. Per questi due casi si utilizza il processo decisionale intergovernativo, il quale prevede un maggior peso degli Stati nel processo decisionale limitando il diritto di iniziativa della Commissione.

Il Trattato gettava inoltre le basi per la creazione dell’Unione monetaria, delineando i parametri che gli Stati avrebbero dovuto rispettare per adottare la moneta unica. Tra questi, un rapporto deficit/Pil non superiore al 3% e un rapporto debito/Pil non superiore al 60%).

La fase per l’instaurazione di una moneta unica avrebbe dovuto iniziare entro il 1º gennaio 1999, e si fondava sulla costituzione di una Banca centrale europea (BCE), nata nel 1998, e su una moneta comune, l’Euro, introdotto il 1º gennaio 1999.

L’integrazione europea oggi

L’integrazione europea viaggia a più velocità. Da un lato abbiamo l’intergazione economica che, traendo le sue origini dalla Ceca, è arrivata all’adozione di una moneta comune, simbolo dei risultati raggiunti nel campo economico.

Dall’altro, restano molti ambiti in cui l’Europa si mostra debole e incapace di seguire una linea comune. Tra questi, ci sono il tema della sicurezza e della difesa comunitaria, la quale è deficitaria di un esercito comune, e il tema dell’immigrazione, caratterizzato da controversie tra Paesi come Italia, Francia e Germania.

L’esercito comune europeo

Tre decenni dopo il 1993 l'integrazione europea procede ancora a velocità diverse, con notevoli mancanze nell'ambito dell'immigrazione e della difesa

Le recenti guerre in Ucraina e in Palestina hanno riportato all’attenzione pubblica la necessità di creare un vero e proprio esercito europeo, al fine di garantire un’autonomia strategica al continente.

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha iniziato a muovere i primi passi per stimolare la cooperazione nel settore della difesa tra i Paesi membri. Nel 2017 è stata avviata la cooperazione strutturale permanente (PESCO), incentrata su progetti di collaborazione tra cui un comando medico europeo, un sistema di sorveglianza marina, squadre di risposta rapida e una scuola di intelligence comune.

Sempre nel 2017, è stato inaugurato il Fondo europeo per la difesa (FED), con lo scopo di co-finanziare la cooperazione nella difesa. È stata inoltre rafforzata la cooperazione con la NATO in diversi progetti comuni ed è stato approvato un piano per facilitare la mobilità in Europa per reagire rapidamente in situazioni di crisi.

Tuttavia, la costituzione di un esercito comune sembra lontano anche per la mancanza di una visione politica condivisa. Nell’ultimo biennio la NATO ha rafforzato la propria presenza in Europa Orientale e Paesi come Svezia e Finlandia hanno scelto di unirsi all’alleanza. Ciò porta l’Europa dell’est a sentire meno il bisogno di dover condividere la propria forza militare con altri Paesi, forte della membership NATO e con la Russia alle porte.

Se da un lato la Francia di Macron è una grande promotrice del progetto, dall’altra diversi Stati dell’Europa settentrionale, tra cui Paesi Bassi e Danimarca, lo considerano un doppione della NATO. La Germania dal canto suo è possibilista, così come l’Italia, ma teme un eccesso di potere nelle mani francesi, unici detentori della bomba atomica fra i membri dell’Unione.

L’integrazione europea sull’immigrazione

Tre decenni dopo il 1993 l'integrazione europea procede ancora a velocità diverse, con notevoli mancanze nell'ambito dell'immigrazione e della difesa

Altro tema di frizione tra gli Stati dell’Ue riguarda le politiche da attuare nell’ambito dell’immigrazione. Paesi come l’Italia che chiedono di limitare l’attività delle navi di soccorso delle Ong nel Mediterraneo e una redistribuzione dei migranti, mentre altri come Polonia e Ungheria sono contrari a questo tipo di soluzione.

Secondo il Regolamento di Dublino del 2013, l’accoglienza dei migranti spetta ai Paesi di primo approdo. Tale situazione fa sì che che tali Paesi abbiano il compito di farsi carico dei richiedenti asilo ed esaminare le loro richieste, generando un notevole onere per i Paesi più esposti ai fenomeni migratori.

Nonostante i tentativi italiani di modificare tale norma al Consiglio Europeo, essa non verrà modificata. Nell’accordo preliminare alle modifiche al regolamento di Dublino di giugno, è stata però approvata una norma che prevede che, in caso di ingenti arrivi di immigrati, tale quota sia ridistribuita su base volontaria.

Non c’è dunque l’obbligo; i singoli Paesi membri possono scegliere infatti di pagare una determinata cifra per ogni dipendente che non accoglieranno.

di Mirko Aufiero


Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Articoli Correlati