Italiano, dialetti e italiani regionali secondo Pasolini

di Maugeri Costanza
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 10 Min.

L’Italiano e i dialetti secondo Pasolini? Si, questo sarà l’argomento dell’articolo, ma prima di immergerci in questa visione, è necessaria una considerazione. Seppur – con specifiche peculiarità sociali e temporali – la riflessione di Pasolini si inserisce in un dibattito plurisecolare che ha coinvolto i più grandi intellettuali di tutti i tempi: la lingua. Questo cruccio, tutto italiano, è da inquadrarsi – specificatamente – nella situazione sociopolitica della penisola. Nella penisola italiana – per secoli, almeno – ufficialmente, fino all’Unità, la frammentazione territoriale è anche frammentazione linguistica. La lingua italiana non esiste, fatta eccezione per quella letteraria.

In un’intervista su Rai3, trasmessa il 22 Febbraio 1968, Pasolini, riferendosi all’unità linguistica italiana, dichiara:

Si è verificata nell’unico modo possibile cioè attraverso la letteratura. L’italiano è stata una lingua solo letteraria per molti secoli, praticamente fino a 10-20 anni fa. Nato a Firenze in una situazione storica molto diversa, naturalmente, dall’attuale. I tre grandi padri della letteratura cioè Dante, Petrarca e Boccaccio si sono imposti al resto della popolazione italiana per ragioni di prestigio letterario.

L’italiano, Dante Alighieri…

Il primo a portare avanti una riflessione approfondita e organica sulla lingua volgare è proprio il Sommo poeta. Nel De Vulgari eloquentia, un trattato scritto tra il 1303 e il 1305, dopo aver analizzato i volgari italiani (e resosi conto che nessuno di questi poteva assolvere al ruolo di lingua letteraria unica per tutta italia); propone il cosiddetto volgare illustre che abbia carattere sovraregionale.

Ecco dunque che abbiamo raggiunto ciò che cercavamo: definiamo in Italia volgare illustre, cardinale, regale e curiale quello che è di ogni città italiana e non sembra appartenere a nessuna, e in base al quale tutti i volgari municipali degli Italiani vengono misurati a soppesati a comparati.

(..) Quando usiamo il termine “illustre” intendiamo qualcosa che diffonde luce e che, investito dalla luce, risplende chiaro su tutto. (…)

(…)Che possieda un magistero che lo inalza è manifesto, dato che lo vediamo, cavato fuori com’è da tanti vocaboli rozzi che usano gli Italiani, da tante costruzioni intricate, da tante desinenze erronee, da tanti accenti campagnoli, emergere così nobile, così limpido, così perfetto e così urbano(…)

(…) Che abbia poi un potere che lo esalta, è chiaro. E quale maggior segno di potere della sua capacità di smuovere in tutti i sensi i cuori degli uomini(…)

Che anche sollevi in alto con 1’onore che dà, salta agli occhi. Forse che chi è al suo servizio non supera in fama qualunque re, marchese, conte e potente? Non c’è nessun bisogno di dimostrarlo.(…)

E quanto renda ricchi di gloria i suoi servitori, noi stessi lo sappiamo bene, noi che per la dolcezza di questa gloria ci buttiamo dietro le spalle ‘esilio.

De Vulgari Eloquentia di Dante Alighieri

…. E Manzoni

Per la veste linguistica finale del suo capolavoro “I Promessi Sposi”, la cosiddetta Quarantana, pubblicata tra il 1840 e il 1842, Manzoni sceglie il fiorentino contemporaneo parlato dalle persone colte. Il suo intento è, infatti, la scrittura di un’opera che abbia un respiro nazionale e che ampli, perlomeno, il pubblico dei lettori. Ma questa decisione è il risultato di una riflessione linguistica intensissima. Quale lingua deve usare uno scrittore italiano che abbia il desiderio di scrivere un’opera per la “moltitudine”? Considerato il fatto che non esiste una lingua unitaria.

Questi pensieri sono esposti in parte, e in maniera lucidissima, in una lettera del 9 Febbraio 1806. Inviata da Manzoni all’amico Fauriel.

Per nostra sventura, lo stato dell’Italia divisa in frammenti, la pigrizia e l’ignoranza
quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e la scritta, che questa
può dirsi quasi lingua morta. Ed è per ciò che gli scrittori non possono produrre l’effetto
che eglino (m’intendo i buoni) si propongono, d’erudire cioè la moltitudine, di farla invaghire del bello e dell’utile
, e di rendere in questo modo le cose un po’ più come dovrebbono essere.

L’italiano e Pier Paolo Pasolini

Pasolini Lingua
Pasolini

Chiarito, quindi, il carattere plurisecolare della riflessione linguistica italiana. Che attraversa spazi e tempi differenti; comprendiamo insieme il pensiero di Pasolini che risente dei caratteri sociolinguistici peculiari a lui contemporanei

Sulle pagine di “Rinascita”, settimanale del partito comunista, nell’Agosto 1964, lo scrittore porta avanti un’approfondita analisi articolata in più punti.

Il 26 Agosto 1964, a pagina 19 della Rinascita, scrive, in un articolo intitolato: “Nuove questioni linguistiche“:

La lingua parlata è dominata dalla pratica, la lingua letteraria dalla tradizione: sia la pratica che la tradizione sono due elementi inautentici, applicati alla realtà, non espressione della realtà. O meglio, essi esprimono una realtà che non è una realtà nazionale: esprimono la realtà storica della borghesia italiana. (…).

La lingua italiana è dunque la lingua della borghesia italiana che per ragioni storiche determinate non ha saputo identificarsi con la nazione, ma è rimasta classe sociale: e la sua lingua è la lingua delle sue abitudini, dei suoi privilegi, delle sue mistificazioni, insomma della sua lotta di classe.

Ed è qui che si delinea un concetto pasoliniano chiave: l’imposizione linguistica borghese alle classi subalterne. Essa si irradia dal Nord Industriale (anche televisivo e pubblicitario).

Il collante, infatti, non è più la letteratura, ma la tecnica. Il centro linguistico -osserva- si è spostato, quindi, dalla Toscana al Settentrione.

Sempre nelle stesse colonne argomenta:

Centri creatori, elaboratori e unificatori di linguaggio non sono più le università, ma le aziende.(…)

Mi affido all’esperienza del lettore. Esso converrà con me che gran parte del parlato del Nord si è fortemente tecnicizzato(…) fino a costituire un vero e proprio linguaggio specialistico-gergale, al livello del mestiere, della professione dello scambio commerciale, della vita d’azienda.

La funzione omologatrice della nuova stratificazione linguistica settentrionale

La nuova stratificazione tecnico – specialistica funziona, si, da collante nazionale, ma ha, secondo Pasolini, un effetto collaterale: l’omologazione linguistica:

Il fenomeno tecnologico investe come una nuova spiritualità, dalle radici, in tutti i suoi momenti, in tutti i suoi particolarismi(…). Il nord che possiede quel patrimonio linguistico che tende a sostituire i dialetti, ossia quei linguaggi tecnici che abbiamo visto omologare e strumentalizzare l’italiano come nuovo spirito unitario e nazionale.

La Rinascita, 26 Dicembre 1964

Le caratteristiche del nuovo Italiano

Il linguista G. Berruto nella sua opera “Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo” del 1987 conia una nuova etichetta per l’italiano, il cosiddetto neostandard. Facendo riferimento ad alcune nuove caratteristiche della lingua italiana. Ad esempio. l’uso di lui o lei in funzione di soggetto o il cosiddetto “che polivalente”. Ma sembra che già, in quelle colonne della Rinascita del 26 Agosto 1964, Pasolini ci abbia visto lungo, intuendo e sottolineando delle peculiarità linguistiche che iniziavano, verosimilmente, a diffondersi.

Le caratteristiche che contraddistinguono il nuovo italiano nella visione di Pasolini sono queste:

“1) la semplificazione sintattica, con una caduta di forme idiomatiche e metaforiche, non usate dai torinesi e dai milanesi, i veri padroni della nuova lingua (al posto dei fiorentini e dei romani); torinesi e milanesi erano a suo giudizio propensi ad un certo “grigiore” espressivo;

2) la drastica diminuzione dei latinismi;

3) la prevalenza dell’influenza della tecnica rispetto a quella della letteratura, e quindi una minor letterarietà della lingua stessa” (Marazzini 1994: 399).

Marcello Aprile in un articolo dal titolo “Le lingue e i dialetti d’Italia per Pasolini” su Treccani

L’italiano regionale secondo Pasolini

Non parliamo l’italiano delle grammatiche, dei libri di scuola, ma la sua declinazione concreta: l’italiano regionale. E questo resiste ad ogni tentativo di omologazione. Oggi come ieri. Esso possiede delle caratteristiche intermedie perché influenzato – anche – dal dialetto o, in generale, dalle parlate locali.

Quando gli italiani aprono bocca e parlano, parlano tutti un italiano regionale, cittadino, individuale, il cosiddetto italiano dialettizzato.

Intervista a Pier Paolo Pasolini del 22 Febbraio 1968, Rai 3

Fonti: “Nuove questioni linguistiche” di Pier Paolo Pasolini, Rinascita del 26 Aprile 1964; “

Le lingue e i dialetti d’Italia” di Marcello Aprile, Treccani;

Intervista a Pier Paolo Pasolini del 22 Febbraio 1968, Rai3


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