Israele-Palestina, cos’è la soluzione dei due Stati

di Mirko Aufiero
8 Min.

Spesso citata come condizione necessaria per risolvere il conflitto, la soluzione dei “due Stati per due popoli” sta diventando sempre più complessa

«Anche in questo momento di pericolo grave e immediato, non possiamo perdere di vista l’unico fondamento realistico per una vera pace e stabilità: una soluzione a due Stati. Gli israeliani devono vedere concretizzate le loro legittime esigenze di sicurezza, e i palestinesi devono vedere realizzate le loro legittime aspirazioni per uno Stato indipendente, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi precedenti».

Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, il 24 ottobre 2023 al Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Le parole di Guterres, pronunciate questo martedì in un discorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, hanno riconfermato la linea delle Nazioni Unite sul conflitto israelo-palestinese. Per l’Onu, l’unica soluzione possibile al conflitto resta la creazione di due Stati indipendenti: uno ebraico e uno palestinese.

Nonostante tale posizione sia condivisa dalla maggior parte dei Paesi occidentali e da Israele stesso, restano numerosi ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

Le origini negli anni ’30

Le prime tracce della «soluzione due Stati» risalgono agli anni ’30, quando la Palestina era ancora sotto il mandato del Regno Unito. Nel 1937, la Commission Peel istituita dal governo britannico propose un primo piano di spartizione dei territori palestinesi, prevedendo uno Stato arabo, uno Stato ebraico e una continuazione del mandato in un’area comprendente Gerusalemme e Nazareth.

Questa soluzione venne però bocciata dalla controparte araba, contraria alla formazione di uno Stato ebraico.

Successivamente, una nuova proposta venne presentata dalle Nazioni Unite nel 1947. Essa prevedeva la creazione di uno Stato palestinese, uno ebraico e Gerusalemme sotto l’amministrazione internazionale (risoluzione 181). Anche questa soluzione venne rifiutata dai palestinesi, secondo i quali al futuro Stato ebraico erano stati assegnati eccessivi territori e non era accettabile la divisione della loro terra.

United Nations partition plan of 1947 - Map - Question of Palestine
Fonte: Onu

Dalla fine del mandato britannico alla Guerra dei 6 giorni

Il mandato britannico terminò nel 1948 e il 14 maggio dello stesso anno Israele dichiarò la propria indipendenza. Il giorno successivo, Giordania, Egitto, Iraq, Libano e Siria invasero lo Stato d’Israele, dando così inizio alla guerra arabo-israeliana del ’48-’49.

Al termine del conflitto, terminato con una vittoria israeliana, lo Stato d’Israle ottenne il 77% dei territori dell’ex mandato britannico, inclusa una larga porzione di Gerusalemme. La Cisgiordania venne affidata alla Giordania, mentre la Striscia di Gaza finì sotto il controllo egiziano.

Palestinian Refugees after the 1949 Arab-Israeli War – Mapping Globalization
Fonte: Princeton University

I confini rimasero tali fino al 1967, quando scoppiò la guerra dei sei giorni che vide contrapposti Israele ed Egitto, Siria, e Giordania. Durante il conflitto Israele occupò Gerusalemme Est, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania (oltre al Sinai e alle alture del Golan), e l’Onu rispose con la risoluzione 242, che chiedeva il ritiro dai territori occupati.

Nonostante questi territori non siano mai stati ammessi, da allora ebbe inizio la costruzione di insediamenti israeliani nei territori palestinesi, pratica tutt’ora in corso.

1967 war: Six days that changed the Middle East - BBC News
Fonte: Bbc

Dagli anni ’70 a oggi

Nel 1976 venne proposta una nuova risoluzione dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu per ristabilire i confini precedenti alla Guerra dei 6 giorni. Essa incontrò però il veto statunitense, secondo cui i confini sarebbero dovuti essere stabiliti da israeliani e palestinesi.

Negli anni ’80 l’insofferenza palestinese si tramutò in rivolte contro gli occupanti israeliani, e culminò nella prima intifada nel 1987. L’anno successivo, nel 1988, la Palestina si dichiarò indipendente e nel 1993. con gli accordi di Oslo, venne approvata una nuova divisione dei territori.

Essi prevedevano una divisione in tre zone amministrative dei territori palestinesi: una sotto il il pieno controllo palestinese, una sotto il controllo civile palestinese e una sotto il controllo israeliano (dalla quale erano però esclusi i civili palestinesi).

Tuttavia, anche gli accordi di Oslo non riuscirono a risolvere in maniera definitiva la questione, né ci riuscirono i successivi tentativi a Camp David nel 2000 e ad Annapolis nel 2007.

Le ragioni del contendere

I confini dei due Stati

Uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione della soluzione dei due Stati riguarda i confini che lo Stato palestinese dovrebbe avere. Secondo alcuni, andrebbero ripristinati i confini precedenti al 1967, ossia prima che Israele occupasse Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Il ripristino di questi confini viene reso difficile da applicare a causa degli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania. Si stima che oggi vivano nei territori palestinesi oltre 600mila israeliani, i cui insediamenti sono considerati illegali dal diritto internazionale.

Gerusalemme

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Altra zona contesa è Gerusalemme. Essa viene rivendicata da entrambe le parti per i suoi luoghi santi comuni all’ebraismo e all’islam. Proprio a Gerusalemme ha sede la Knesset, il Parlamento israeliano, ed è considerata dal governo israeliano la propria «capitale indivisibile».

Attualmente, la parte est della città è considerata territorio occupato dalle Nazioni Unite, nonostante lo Stato di Palestina la consideri come propria capitale designata. Una soluzione dei due Stati dovrebbe portare dunque ad una divisione della città, la quale diventerebbe la capitale di due Paesi.

I profughi palestinesi

Un altro tema riguarda i profughi palestinesi che sono scappati o sono stati espulsi dai loro territori durante la Guerra arabo-israeliana del ’48-’49. Il numero dei loro discendenti è stimato intorno ai sei milioni, divisi tra Gaza, Cisgiordania e Paesi arabi confinanti. Molti di questi vorrebbero tornare nei territori in Israele, trovando però il rifiuto dello Stato ebraico.

La (s)militarizzazione dello Stato di Palestina

Ufficialmente, sia Israele che Fatah (il partito che governa la Cisgiordania) supportano la soluzione dei due Stati. Tuttavia, i modi con cui queste due entità statali andrebbero realizzate differiscono sensibilmente.

Israele ritiene che la Palestina debba essere smilitarizzata, temendo la minaccia di Hamas e dei gruppi terroristici ad essa vicini; Fatah ritiene invece che ciò minerebbe la sovranità palestinese.

di Mirko Aufiero


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