Intuarsi: il neologismo dantesco di cui avremmo ancora bisogno

di Costanza Maugeri
6 Min.

Oggi la rubrica di Letteratura intraprende una strada differente. La lingua non è un sistema chiuso. Mi piace vederla come un organismo vivente che, in quanto tale, si muove, cresce. Che impara a comunicare in maniera più funzionale al contesto, allo spazio, al tempo in cui si trova a vivere. E’ uno spettro cromatico che offre mille possibilità oggi come ieri. E sapete perchè? La lingua non la fanno le istituzioni, ma i parlanti. Ed è sempre stato così.

L‘Accademia della Crusca, ad esempio, rende norma o, semplicemente, accoglie espressioni che godono già di ampio consenso e prestigio tra la popolazione. Al contrario non funzionerebbe. La lingua è un fenomeno naturale che, per tale motivo, non può essere imposto.

Permettetemi, però, un attimo di nostalgia nei confronti di un neologismo. Uno di quelli che solo rimasti dentro le opere letterarie a prendere polvere. E che oggi mi permetto di rispolverare. E’ rimasto dentro l’Opera, la Divina Commedia di Dante Alighieri.

Empatizzare: un verbo, un’attitudine di vita

Il verbo empatizzare deriva del sostantivo “empatia”. Vediamone l’etimologia e il significato enciclopedico.

empatìa s. f. [comp. del gr. ἐν «in» e –patia, sentimento per calco del ted. Einfühlung (v.)]. – In psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Più in partic., il termine indica quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica.

Treccani

Empatizzare, quindi, è l’atto di entrare dentro il sentimento dell’altro con il fine supremo di ascoltarlo e comprenderlo. Sono una fan sfegatata dei significati etimologici. E credo che il verbo “empatizzare” sia uno dei termini più belli che la nostra lingua ci offra per esprimere quel sentimento che va oltre la comprensione dell’altro. Si tratta di entrare dentro il suo sentire e farlo nostro.

Intuarsi: un verbo d’amore nella Divina Commedia

…] perché non satisface a’ miei disii?

Già non attendere’ io tua dimanda,

s’io m’intuassi, come tu t’inmii

perché non soddisfa (satisface) i miei desideri? Io non attenderei la tua domanda se potessi immedesimarmi nei tuoi pensieri (m’intuassi), come tu ti immedesimi in me

Paradiso IX, 81 

Il verbo in coppia con “inmii” si forma dal pronome “tu”.

per esprimere la compenetrazione degli spiriti beati. Il verbo è stato ripreso successivamente da Alfieri e, in tempi a noi vicini, dai poeti Cesare Ruffato e Davide Rondoni.

Treccani ci aiuta, in tal senso, specificando:

col senso analogo di ” penetrare in te “, ” leggere nei tuoi pensieri “.

Dante si trova nel terzo Cielo del Paradiso. Quello di Venere, Dea della bellezza e dell’amore. Qui risiedono gli spiriti amanti. Coloro che in vita amarono in modo fervido e passionale. Si redimono, però, prima di morire.

Il poeta chiede ad uno spirito il perchè, pur avendo la possibilità di soddisfare i suoi desideri, attende la sua esplicita domanda. I beati, infatti, hanno la possibilità di leggere nel pensiero, di intuarsi.

La forza semantica di questo verbo è immensa. Non si parla più di entrare nei sentimenti dell’altro, ma di penetrare il suo spirito. Di confondersi e fondersi con il “tu” e di permettere all’altro di fare lo stesso con noi.

Intuarsi: la reciprocità del sentimento

Significativo in questo discorso è vedere come “intuassi” faccia coppia con “inmii” che si forma sul pronome “mi”. Con il significato di “penetrare in me”. Il predicato serra, non a caso, il verso. Che rappresenta un microsistema chiuso in cui essenziale è la reciprocità di tale sentimento. Uno non può esistere senza l’altro. Ed è proprio qui che vive la bellezza. Dante, in tal senso, sembra suggerirci un dettaglio che dettaglio non è. Non possiamo pretendere che il nostro prossimo entri in sintonia con noi senza che non accada anche il reciproco.

La forza rivoluzionaria dell’amore vive proprio in quella reciprocità. Un verbo così attuale e universale. “Intuarsi” non significa, infatti, annullarsi nella fusione con l’altra persona, ma vuol dire indossare, anche per un istante, la sua pelle, la sua anima. Ed oggi, forse, dovremmo ripetercelo più spesso quel verbo. Dovremmo ripetercelo quando ci arroghiamo il diritto di giudicare il dolore, le scelte, la vita altrui. Dovremmo ripertercelo quando ci arroghiamo il diritto di puntare il dito. Quando succede impariamo a tendere il palmo delle nostre mani verso l’altro. E, forse, ci dimenticheremo dove vive il confine tra la mia e la sua pelle.


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