Il senso della memoria, del ricordo

di Emanuele Lo Giudice
4 Min.

Il ricordo del passato è importante, soprattutto ad oggi. Gli errori del passato tornano più vivi che mai, bisogna domandarsi il perché.

Ogni giorno c’è un qualcosa di terribile che ci tormenta, ripetutamente. Ogni giorno, quel qualcosa di terribile si ripresenta, sempre più dirompente di prima. Inermi, guardandoci attorno, non possiamo fare altro che rimanere in silenzio, augurandoci che le brutture, nel futuro che arriva, non si palesino di nuovo. Sarebbe però un errore dire che ciò che è accaduto, nei diversi millenni della nostra storia, sia ormai un ricordo del passato. La storia è ciclica e, così come essa, lo sono anche le nostre azioni. Commettiamo errori, talvolta così gravi che nemmeno riusciamo ad identificarli, ci struggiamo dinnanzi a ciò e poi, inesorabilmente, li ricommettiamo. Non è un qualcosa da cui siamo esenti, lo sbaglio, lo dicevano già i latini. Errare è umano, ma è ancora peggio il perseverare in tale errore.

Ma come uscire dal continuo perseverare? Come evitare che gli sbagli si ripetano? Come evitare che la cattiveria che storicamente conosciamo, non identifichi il nostro futuro? Forse è impossibile, noi siamo portati a ricadere nel nostro errare, ma non per questo non possiamo impegnarci ad evitare che ciò accada. È proprio questo il senso del ricordo, del tenere a mente ciò che alle nostre spalle ha connotato la nostra storia.  Ricordare ci aiuta a tenere a mente anche ciò che ci fa più paura e, conseguentemente, anche ciò che non vogliamo torni ad essere realtà.

Apparteniamo ad un’epoca storica nella quale ormai siamo consapevoli di quella che è la nostra storia, di quelle che sono state le nostre azioni, in quanto umani. Eppure, tante volte lo dimentichiamo. Tendiamo a dimenticarlo perché nuovi eventi ci portano ad allontanarci dal ricordo storico, ma anche ad oscurare il passato perché ricordarlo sembra sbagliato ai nostri occhi. Nel 2024 ancora ci uccidiamo l’un l’altro, l’odio permane nella nostra società, le differenze culturali diventano strumenti di divisione e non di arricchimento, le religioni si trasformano in capisaldi dello scontro. Tutto ciò, in una contemporaneità che si auto considera sviluppata, è una grave stortura. 

Il ricordo del 27 gennaio

Oggi è il 27 gennaio, giornata internazionale della memoria, durante la quale si ricordano le vittime dello sterminio nazista. Teniamo bene a mente il perché noi ricordiamo e il perché è importante, soprattutto ad oggi, tale ricordo. Negli anni, sin dagli anni 50, anche questa giornata è diventata un motivo di divisione sociale. Ritengo che sia comprensibile, assolutamente. L’oppresso di ottant’anni fa si rende oppressore, si giustifica storicamente e religiosamente, polarizzando il mondo e portandolo a domandarsi quali effettivamente siano i nostri valori morali. Ad oggi, in larga parte, ci si distacca da questa giornata perché, moralmente, si sposa una causa dove chi viene ricordato si rende ora protagonista di un qualcosa che noi consideriamo sbagliato.

È importante una cosa, però. Nello sterminio nazista non sono solo morti milioni di ebrei. Lo sterminio ha riguardato plurimi gruppi sociali, plurime entità. Gli omosessuali, i Romaní e i Sinti, gli oppositori politici, i disabili e i cosiddetti « asociali » anche trovarono la morte nelle camere a gas. Ma non concentriamoci sull’identità che noi, società, diamo a loro e diamo a noi stessi. Teniamo a mente che si parla di uomini e che uomini erano anche i carnefici. Nei campi di sterminio non sono stati uccisi solo milioni di uomini, sono state uccise idee, storie, culture, libertà. Ad Auschwitz è stata repressa la vita umana, non solo l’appartenenza culturale o politica. Eleviamoci al di sopra di questo.

Ricordare oggi non significa schierarsi da una parte che noi crediamo buona o cattiva. Oggi, commemorare e ricordare cosa l’uomo è capace di fare, non ci rende automaticamente colpevoli di parteggiamento. Ricordare oggi ci permette di capire che, in fin dei conti, come uomini, repressi o carnefici, cadiamo sempre nei nostri stessi errori.

Ricordiamole le vittime dello sterminio nazista, anche criticando e condannando quello che negli anni a seguire è accaduto. Ricordare non è sbagliato, non considerare e non tenere a mente lo è. In fin dei conti, oggi ricordiamo l’uomo che uccide un suo pari e questo basta a fermarci, per un secondo, per capire che nei decenni dopo non abbiamo imparato nulla. Non lo abbiamo imparato in Cina, in Russia, in Europa, in Cambogia, nel Laos, nell’America Latina, in Palestina o nel Sud-Est asiatico. Da carnefici e da vittime, noi non abbiamo imparato nulla.

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