Il problema del potere di veto nell’Onu

di Mirko Aufiero
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 7 Min.

Il potere di veto è da decenni uno degli aspetti più controversi delle Nazioni Unite; perché allora esiste? E può essere superato?

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha mostrato più volte enormi limiti nel prendere decisioni a causa delle divergenze tra i suoi membri dotati del diritto di veto. Ciò è diventato tanto più evidente con la guerra in Ucraina, che pone le Nazioni Unite in una situazione di stallo a causa della presenza della Russia tra i 5 membri permanenti.

Il Consiglio di Sicurezza: lo specchio di tempi passati

Il potere di veto è da decenni uno degli aspetti più controversi delle Nazioni Unite; perché allora esiste? E può essere superato?

Gli attuali equilibri all’interno delle Nazioni Unite sono stati definiti in un mondo che stava uscendo dalla seconda guerra mondiale. Particolari privilegi sono stati assegnati alle potenze vincitrici del conflitto – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – che costituiscono i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Esso è il più importante organismo delle Nazioni Unite, composto da 5 membri permanenti e 10 temporanei eletti ogni due anni. Tutti i 193 stati membri dell’Onu possono diventare membri temporanei e partecipare alle discussioni del Consiglio, senza però aver diritto al voto, limitato ai 15 stati del Consiglio.

All’interno del Consiglio, il peso maggiore è esercitato dai membri permanenti, i quali dispongono del potere di veto. Con esso uno stato può bloccare una risoluzione del Consiglio con un solo voto contrario, fatto che porta spesso all’impotenza di questo organismo.

Il potere di veto

Il potere di veto è da decenni uno degli aspetti più controversi delle Nazioni Unite; perché allora esiste? E può essere superato?

Il potere di veto non è un’invenzione dell’Onu, ma trae le sue radici dalla Società delle Nazioni, in cui ogni membro del Consiglio poteva farne uso. Nelle prime fasi della creazione delle Nazioni Unite, presso le conferenze di Dumbarton Oaks (1944) e di Yalta (1945), il potere di veto fu al centro di lunghi dibattiti.

L’accordo sulla sua adozione venne raggiunto a Yalta da Regno Unito, Stati Uniti e Russia. Lo scopo di tale strumento era in origine proteggere gli interessi nazionali e promuovere una cooperazione tra i paesi membri. Si temeva, infatti, che senza di esso sarebbero state prese decisioni tali da dividere gli stati della neonata Organizzazione, decretandone il fallimento.

Il veto è disciplinato dall’articolo 27 dello Statuto delle Nazioni Unite, secondo cui:

  1. Ogni Membro del Consiglio di Sicurezza dispone di un voto.
  2. Le decisioni del Consiglio di Sicurezza su questioni di procedura sono prese con un voto favorevole di nove Membri.
  3. Le decisioni del Consiglio di Sicurezza su ogni altra questione sono prese con un voto favorevole di nove Membri, nel quale siano compresi i voti dei Membri permanenti: tuttavia nelle decisioni previste dal capitolo VI e dal paragrafo 3 dell’articolo 52, un Membro che sia parte di una controversia deve astenersi dal voto.

Dal comma 3 emerge che esiste un secondo tipo di veto, quello collettivo. Per prendere una decisione è necessaria l’approvazione da parte di 9 membri su 15; ne consegue che 7 paesi possono unirsi per impedire l’approvazione di una risoluzione.

Fino ad oggi, i paesi aver fatto maggiormente ricorso al voto sono: Russia (146 volte), Usa (86), Regno Unito (30) e Francia (18).

La necessità di riforme su membri e veto

Il potere di veto è da decenni uno degli aspetti più controversi delle Nazioni Unite; perché allora esiste? E può essere superato?

Nel corso degli anni ci si è resi conto che gli equilibri cristallizzati nel Consiglio di Sicurezza non rispecchiano più quelli odierni. Di fronte all’emergere di paesi come Brasile, India, Sudafrica o gli stati del Golfo, si è aperto il dibattito internazionale su come rendere le istituzioni maggiormente rappresentative.

Tale questione ha iniziato ad emergere negli anni ’90, e da allora i tentativi di riforma sono stati molteplici. Nonostante tutti gli stati concordino sulla necessità di riforme basate sull’ampliamento del numero di membri del Consiglio, non c’è ancora accordo su come ciò debba essere fatto, né su come regolamentare l’utilizzo del veto.

I tentativi di ammodernamento

I tentativi di riforme possono essere ricondotti a due correnti separate. Da un lato, c’è chi sostiene l’estensione dello status di membro permanente – con diritto di veto – a nuovi stati. Dall’altro, c’è chi sostiene l’aumento di membri temporanei, in modo da bilanciare il potere dei 5 membri permanenti.

Già nel 2015 l’Assemblea Generale ha dato il via a dei negoziati intergovernativi sul tema, convocando un Gruppo di lavoro aperto. Il risultato di tale operazione è stato il progetto di riforma francese, secondo cui i cinque membri permanenti si sarebbero dovuti impegnare a non usare il diritto di veto in caso di genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra su vasta scala.

In tempi più recenti, è arrivata anche un progetto da un delegato italiano. Esso prevede un Consiglio con 26 membri, di cui 9 permanenti a lungo termine e 17 distribuiti con mandato biennale.

Tuttavia, nonostante i numerosi tentativi di riforma, non c’è ancora un progetto che metta d’accordo gli interessi degli stati membri dell’Organizzazione. Se da una parte paesi come Russia, Regno Unito e molti paesi africani sono d’accordo sull’allargamento dei membri con potere di veto, dall’altra paesi come il Pakistan temono che ciò possa aumentare le situazioni di stallo.

Inoltre, alcuni mettono in discussione la legittimità stessa del diritto di veto. Tra questi è presente il rappresentante del Kuwait – che parlando a nome del gruppo arabo – sottolinea come spesso venga utilizzato arbitrariamente per favorire interessi nazionali.

La posizione dei cinque membri permanenti

Uno dei fattori che ha contribuito alla mancata attuazione di riforme è stata la riluttanza dei membri permanenti a cedere i propri privilegi. Nonostante le dichiarazioni d’intenti fatte più volte – con cui si comunicava il proprio supporto ai tentativi di allargamento del Consiglio – non ci sono grandi passi in avanti.

Per poter attuare una riforma del genere, infatti, è necessario modificare la Carta delle Nazioni Unite (articoli 23 e 27). Ciò richiederebbe il favore di 2/3 dell’Assemblea Generale e di 2/3 del Consiglio di Sicurezza, fra cui tutti i membri permanenti.

di Mirko Aufiero


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