Il Morgante di Pulci: chi di risate ci morì davvero

di Costanza
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 15 Min.

Ahahahahahah, sto morendo dalle risate

Da quando ho iniziato l’Università, l’anno scorso, vi confesso, cari lettori e lettrici, che do un peso diverso a questa frase e oggi vi spiegherò il perchè.

E’ d’obbligo un po’ di storytelling…

Ottobre 2022: varco per la prima volta il portone dell’Università, calpesto, lentamente (perchè il primo giorno si arriva minimo mezz’ora in anticipo), gli scaloni per giungere al secondo piano, percorro un corridoio lunghissimo fin quando mi si presenta davanti una tipica aula universitaria. Uno spettacolo!

Mi siedo, sono ancora le 7: 30, la lezione inizia alle 8. Quale lezione? Letteratura italiana 1 che, per intenderci, comprende circa cinque secoli di letteratura, un mattone da 12 crediti.

Seguo tutte le lezioni, una di quelle materia che ho amato (mi sembra logico dato che ho scelto un corso di laurea che fa così: Lettere Moderne tutututatata), ma che quando, per magia, la sessione si fa strada dentro di te, non sai da dove devi iniziare per studiarla.

Comunque, nel mezzo del cammin della sessione mi ritrovai davanti il Morgante di Luigi Pulci (semicit, scusami Dante)

Inquadriamolo un po’ (senza ridere)

Immaginate di essere Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico e di chiedere ad un intellettuale di corte, un certo Luigi Pulci, in pieno Umanesimo, di scrivere un poema eroico in ottave che renda grande Firenze.

Ora immaginate di essere, proprio lui, Luigi Pulci e di certo non avete proprio voglia di seguire alla lettera ciò che Tornabuoni vi ha detto. Non sia mai!

Dalla vostra penna e da qualche bicchiere di vino di troppo, date vita al Morgante, un’opera che di certo fa rima con dissacrante.

Un’opera che profuma di eroico, ma che all’assaggio ti spinge a dire:

Tragicomico!

23 Canti, la prima edizione del 1482, 28, una seconda l’anno dopo.

La trama

Orlando abbandona Parigi, è stanco delle continue angherie del traditore Gano di Maganza( come dargli torto) che come se non bastasse si prende gioco dell’anziano e rimbambito Carlo Magno.

Si reca così in Asia, la Pagania in compagnia di Rinaldo e in un convento assediato da tre giganti (che incontro usuale Orlando!) ne uccide due e converte il terzo: Morgante che, divenuto cristiano, diventa suo scudiero. Egli è armato di batacchio e campana.

Dopo infinite peripezie Orlando e Rinaldo tornano in Francia per aiutare Carlo in difficoltà. Come tornano? A piedi? A cavallo? In Barca? Eh no, troppo banale i due vengono trasportati da due demoni. A Roncisvalle, per tradimento di Gano, i cristiani sono accerchiati e massacrati dai saraceni. Il re Carlo scopre il tradimento e condanna Gano ad essere squartato( passaggio che ci rimanda fedelmente alla Canzone di Orlando). In una delle sue avventure Morgante incontra Margutte un semi gigante di “soli quattro metri”. I due diventano, così, compagni di avventura. Margutte è un personaggio agitato da istinti e desideri bassi in cui confluisce, forse, l’anima dissacrante dell’opera.

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Giunto Morgante un dì in su ’n un crocicchio,
uscito d’una valle in un gran bosco,
vide venir di lungi, per ispicchio,
un uom che in volto parea tutto fosco.
Dètte del capo del battaglio un picchio
in terra, e disse: «Costui non conosco»;
e posesi a sedere in su ’n un sasso,
tanto che questo capitòe al passo.

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Morgante guata le sue membra tutte
più e più volte dal capo alle piante,
che gli pareano strane, orride e brutte:
– Dimmi il tuo nome, – dicea – vïandante. –
Colui rispose: – Il mio nome è Margutte;
ed ebbi voglia anco io d’esser gigante,
poi mi penti’ quando al mezzo fu’ giunto:
vedi che sette braccia sono appunto. –
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Disse Morgante: – Tu sia il ben venuto:
ecco ch’io arò pure un fiaschetto allato,
che da due giorni in qua non ho beuto;
e se con meco sarai accompagnato,
io ti farò a camin quel che è dovuto.
Dimmi più oltre: io non t’ho domandato
se se’ cristiano o se se’ saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino. –
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Rispose allor Margutte: – A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch’a l’azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto più nell’aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede;
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e credo nella torta e nel tortello:
l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo;
e ’l vero paternostro è il fegatello,
e posson esser tre, due ed un solo,
e diriva dal fegato almen quello.
E perch’io vorrei ber con un ghiacciuolo,
se Macometto il mosto vieta e biasima,
credo che sia il sogno o la fantasima;
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ed Apollin debbe essere il farnetico,
e Trivigante forse la tregenda.
La fede è fatta come fa il solletico:
per discrezion mi credo che tu intenda.
Or tu potresti dir ch’io fussi eretico:
acciò che invan parola non ci spenda,
vedrai che la mia schiatta non traligna
e ch’io non son terren da porvi vigna.
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Questa fede è come l’uom se l’arreca.
Vuoi tu veder che fede sia la mia?,
che nato son d’una monaca greca
e d’un papasso in Bursia, là in Turchia.
E nel principio sonar la ribeca
mi dilettai, perch’avea fantasia
cantar di Troia e d’Ettore e d’Achille,
non una volta già, ma mille e mille.
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Poi che m’increbbe il sonar la chitarra,
io cominciai a portar l’arco e ’l turcasso.
Un dì ch’io fe’ nella moschea poi sciarra,
e ch’io v’uccisi il mio vecchio papasso,
mi posi allato questa scimitarra
e cominciai pel mondo andare a spasso;
e per compagni ne menai con meco
tutti i peccati o di turco o di greco;120
anzi quanti ne son giù nello inferno:
io n’ho settanta e sette de’ mortali,
che non mi lascian mai lo state o ’l verno;
pensa quanti io n’ho poi de’ venïali!
Non credo, se durassi il mondo etterno,
si potessi commetter tanti mali
quanti ho commessi io solo alla mia vita;
ed ho per alfabeto ogni partita.

Parafrasi

Un giorno Morgante, giunto ad un incrocio dopo essere uscito da una valle in un gran bosco, vide venire da lontano con la coda dell’occhio un uomo, che sembrava avere il volto tutto nero. Diede un colpo con la punta del batacchio a terra, e disse: «Non conosco costui»; e si mise a sedere su una pietra, finché quell’altro non arrivò da lui.




Morgante guarda tutte le sue fattezze più volte, dalla testa ai piedi, e gli sembravano deformi, orrende e brutte: – Dimmi il tuo nome, viandante – diceva. Quello rispose: – Il mio nome è Margutte e volli anch’io diventare un gigante, poi mi pentii a metà della trasformazione: vedi che, appunto, sono alto sette braccia [circa quattro metri].





Morgante disse: – Tu sia benvenuto: ecco che avrò al mio fianco un fiaschetto, visto che non bevo da due giorni; e se verrai insieme a me, durante il viaggio ti tratterò come meriti. Dimmi ancora: non ti ho chiesto se sei cristiano o saraceno, se credi in Cristo o in Apollo -.






Allora Margutte rispose: – Per farla breve, io non credo all’azzurro più che al nero, ma credo nel cappone, lesso o arrosto; e qualche volta credo anche nel burro, nella birra e, quando ne ho, nel succo d’uva, e molto più nell’aspro che nel mangurro [due monete turche]; ma soprattutto ho fede nel vino, e credo che chi crede in esso sia salvo;





e credo nella torta e nel tortello: uno è la madre e l’altro è suo figlio; e il vero padrenostro è il fegatello, e possono essere tre, due e uno solo, e almeno quello deriva dal fegato. E poiché io vorrei bere con un recipiente per il ghiaccio [assai capiente], se Maometto vieta e condanna il vino, credo che sia un sogno o un fantasma;






e Apollo dev’essere un delirio, e Trivigante è forse una tregenda. La fede è come il solletico [c’è chi la sente e chi no]: se sei saggio, credo tu possa capirmi. Ora potresti dire che io sia un eretico: per non sprecare parole, vedrai che la mia stirpe non tradisce le sue origini e io non sono un terreno buono per piantarvi una vigna.





Questa fede è fatta come l’uomo vuole. Vuoi sapere quale sia la mia fede? Io sono nato da una monaca greca e da un sacerdote islamico a Bursia, in Turchia. E all’inizio mi piaceva suonare la ribeca [strumento a corde], perché volevo cantare di Troia, Ettore e Achille, non solo una volta ma mille.




Poi quando mi stancai di suonare la chitarra, iniziai a portare l’arco e la faretra. Uno giorno, poi, quando feci una rissa in moschea e vi uccisi il mio vecchio padre, mi misi al fianco questa scimitarra e cominciai ad andare a zonzo per il mondo; e come compagni portai con me tutti i peccati turchi e greci;




anzi, tutti quelli che sono contenuti all’inferno: io ne ho settantasette dei mortali, che non mi lasciano mai né d’estate né d’inverno; pensa quanti peccati veniali possiedo! Non credo, se anche il mondo durasse in eterno, che si possano compiere tanti mali quanti quelli che ho commesso in vita mia; e me li ricordo in ordine alfabetico.

Dopo mille avventure insieme a Morgante, Margutte muore.

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Morgante finalmente convenia
che in riso e ‘n giuoco s’arrechi ogni cosa;
e vanno seguitando la lor via.
Erano un dì per una selva ombrosa;
e perché pure il camino increscìa,
a una fonte Morgante si posa.
Margutte, ch’avea ancor ben pieno il sacco,
s’addormentò come affannato e stracco.145
Morgante, come lo vede a giacere,
gli stivaletti di gamba gli trasse
ed appiattògli, per aver piacere,
un po’ discosto, quando e’ si destasse.
Margutte russa, e colui sta a vedere;
poi lo destava, perché e’ s’adirasse.
Margutte si rizzò, come e’ fu desto,
e degli usatti s’accorgeva presto;146
e disse: – Tu se’ pur, Morgante, strano:
io veggo che tu m’hai tolti gli usatti,
e fusti sempre mai sconcio e villano. –
Disse Morgante: – Apponti ov’io gli ho piatti:
e’ son qui intorno poco di lontano:
questo è per mille oltraggi tu m’hai fatti. –
Margutte guata, e non gli ritrovava;
e cerca pure, e seco borbottava.

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Ridea Morgante sentendo e’ si cruccia.
Margutte pure alfin gli ha ritrovati,
e vede che gli ha presi una bertuccia,
e prima se gli ha messi e poi cavati.
Non domandar se le risa gli smuccia,
tanto che gli occhi son tutti gonfiati
e par che gli schizzassin fuor di testa;
e stava pure a veder questa festa.

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A poco a poco si fu intabaccato
a questo giuoco, e le risa cresceva,
tanto che ‘l petto avea tanto serrato
che si volea sfibbiar, ma non poteva,
per modo e’ gli pare essere impacciato.
Questa bertuccia se gli rimetteva:
allor le risa Margutte raddoppia,
e finalmente per la pena scoppia;

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e parve che gli uscissi una bombarda,
tanto fu grande dello scoppio il tuono.
Morgante corse, e di Margutte guarda
dov’egli aveva sentito quel suono,
e duolsi assai che gli ha fatto la giarda,
perché lo vide in terra in abbandono;
e poi che fu della bertuccia accorto,
vide ch’egli era per le risa morto.

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Non poté far che non piangessi allotta,
e parvegli sì sol di lui restare
ch’ogni sua impresa gli par guasta e rotta;
e cominciò col battaglio a cavare,
e sotterrò Margutte in una grotta
perché le fiere nol possin mangiare;
e scrisse sopr’un sasso il caso appunto,
come le risa l’avean quivi giunto.

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E tolse sol la gemma che gli dètte
Florinetta al partir: l’altro fardello
con esso nella fossa insieme mette;
e con gran pianto si partì da quello,
e per più dì come smarrito stette
d’aver perduto un sì caro fratello,
e ‘n questo modo ne’ boschi lasciarlo
e non potere a Orlando menarlo.

Morgante alla fine decise di trasformare tutto in riso e scherzo; e i due proseguono la loro strada. Un giorno attraversavano una selva ombrosa; e poiché il cammino era duro, Morgante si riposò a una fonte. Margutte, che aveva ancora la pancia piena, si addormentò stanco e sfinito.





Morgante, non appena lo vide sdraiato, gli sfilò dai piedi gli stivali e li nascose per scherzo poco lontano, per quando si sarebbe svegliato. Margutte russa e lui lo sta a guardare; poi lo svegliò, per farlo arrabbiare. Margutte si alzò, non appena sveglio, e non tardò ad accorgersi che non aveva più gli stivali;





e disse: – Tu sei proprio strano, Morgante: vedo che mi hai rubato gli stivali e sei stato proprio importuno e villano. – Morgante disse: – Trova dove li ho nascosti: sono qua intorno, poco lontano: questo vale per tutti gli oltraggi che mi hai fatto. – Margutte guarda e non li ritrova; e continua a cercare, e brontola tra sé.




Morgante rideva, al sentire che l’altro si crucciava. Margutte alla fine li ritrovò, e vide che li aveva presi una scimmia, e prima li ha indossati e poi tolti. Non chiedere, lettore, se scoppiò a ridere, tanto che gli occhi gli si gonfiarono tutti e sembrava che gli schizzassero fuori dalla testa; e Morgante osservava anche questo.




Poco alla volta Margutte si abituò a questo gioco e le risate aumentavano, tanto che il petto gli scoppiava e si voleva togliere la cintura, ma non poteva, cosicché gli sembrava di essere impacciato. La scimmia si rimetteva gli stivali: allora Margutte raddoppiava le risate, e alla fine scoppiò per il dolore;





e sembrava che tuonasse un cannone, tanto fragoroso fu lo scoppio, come di un tuono. Morgante accorse e guardò Margutte, dove aveva sentito quel rumore, e si rammaricò molto di avergli fatto quello scherzo, perché lo vide inerte a terra; e poi, dopo aver visto la scimmia, capì che era morto dal ridere.





Allora non poté evitare di piangere, e gli sembrò di essere rimasto solo, senza di lui, così che ogni sua impresa era irrimediabilmente rovinata; e cominciò a scavare col battaglio, sotterrano Margutte in una fossa perché le bestie non lo divorassero; e sopra una lapide incisa una scritta che spiegava la situazione, come le risate lo avevano ucciso.




E prese solo la gemma che Florinetta gli aveva dato alla partenza: mise nella fossa tutte le altre cose; e con gran pianti si allontanò, restando più giorni come smarrito per aver perso un caro fratello, e per lasciarlo in questo modo nei boschi senza poterlo condurre a Orlando.


Morgante tesse uno scherzo a Margutte: gli nasconde gli stivali mentre dorme, egli appena si sveglia li cerca disperatamente. Dopo incessanti ricerche vede una scimmia, é proprio lei a star indossando i suoi stivali.

Questa scena lo diverte così tanto da farlo scoppiare in una vigorosissima risata, essa gli provoca delle fortissime convulsioni.

Ed eccoci alla fine di Margutte: egli muore dalle risate.

Scritto da Costanza Maugeri


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