Il disastro del Vajont nella narrazione di Merlin e Montanelli

di Costanza Maugeri
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 10 Min.

Il 9 Ottobre 1963 è entrato nella storia con l’evento che conosciamo sotto l’espressione “Il disastro del Vajont“. Ancora prima di focalizzarci su come le penne dell’epoca raccontarono la vicenda, comprendiamo insieme cosa accadde il 9 Ottobre di 60 anni fa.

Cosa accadde quel giorno nella valle del Vajont?

Alle 22: 39 del 9 Ottobre 1963, 270 milioni di m³ di roccia si staccarono dal versante nord del monte Toc. Essi precipitarono nel bacino sottostante, contenente 115 milioni di m³ di acqua a una velocità di 110 km/h.

L’impatto causò un’onda alta 250 metri, essa si diramò in 3 direzioni: Erto, Casso, Longarone e la Valle del Piave. In poco più di quattro minuti furono rasi al suolo dieci centri abitati, causando la morte di circa 2000 persone.

Facciamo un passo indietro…

La diga del Vajont

La valle del Vajont, a causa delle sue peculiarità geologiche, era stata già oggetto di una paleofrana ossia una frana antica. Essa, infatti, è composta da due strati: uno strato di roccia calcarea e uno strato argilloso. Quest’ultimo, essendo impermeabile, entrando in contatto con l’acqua si rigonfia, fungendo da lubrificante e favorendo, quindi, lo scivolamento della roccia.

Al momento della costruzione della diga, però, queste caratteristiche non vennero prese in considerazione, o forse, se si vuole essere più scomodi, non vi furono l’interesse e le conoscenze adeguate per approfondire la questione.

La costruzione della diga del Vajont

Vajont

La diga del Vajont venne costruita tra il 1956 e il 1960 dal progetto dell’ingegnere Carlo Semenza. 216,6 metri in altezza e 190 metri in lunghezza, la resero il bacino artificiale, a doppio arco, più alto del mondo.

Essa poteva contenere fino a 170 milioni di m³ di acqua. Era parte essenziale di un progetto: il “Grande Vajont” che contava sei bacini artificiali ed era stato voluto dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità) . Il progetto si proponeva di soddisfare la richiesta di energia elettrica del Triveneto. Il problema dove visse? Per sua natura, la valle presentava dei versanti instabili, inadatti a sopportare una costruzione di quelle dimensioni.

I primi segnali di allarme

Prima di quel tragico 9 Ottobre, vi furono numerosi e importanti segnali di allarme.

Nel marzo del 1959 avvenne una frana: 3 milioni di m³ finirono nel bacino di Pontesei, uno dei bacini dell’opera voluta dalla SADE. Questo evento attirò l’attenzione del geologo Leopold Muller, amico di Semenza che volle approfondire la questione e delegò il sopralluogo della zona al figlio dell’ingegnere Semenza, il geologo Edoardo.

Quest’ultimo sospettò una paleofrana che si sarebbe potuta staccare se avesse subito una sollecitazione. Tale ipotesi , poi, successivamente fu confermata. Un’ipotesi, però, non bastò per interrompere la costruzione.

L’8 Novembre 1860 la giornalista e partigiana Tina Merlin scrisse sul giornale L’Unità del secondo campanello d’Allarme:

7 Novembre 1860. Il lago artificiale di Erto, nel cui bacino le acque sono state immesse da appena un mese, ha già cominciato a provocare disastri. Un’enorme frana è precipitata in questi giorni entro il lago, staccandosi dai terreni sulla sponda sinistra in località Toc, poco più su della grande diga del Vajont. Un appezzamento di bosco e prato della lunghezza di circa 300 metri ha ceduto all’erosione delle acque ed è piombato entro il lago. Non si conosce con esattezza la quantità del materiale franato; certo si tratta di diverse centinaia di metri cubi. Si sa soltanto con precisione che esso ha fatto alzare il livello dell’acqua di un metro e 10 centimetri.

Muller non credette all’ipotesi della paleofrana, né tantomeno al fatto che la valle fosse costituita da uno stato argilloso.

Egli propose, infatti, una soluzione che aveva come presupposto l’esistenza di una frana recente, non antica e, quindi, facilmente controllabile. Il geologo propose di utilizzare l’acqua come una sorta di freno e acceleratore, abbassando il livello dell’acqua, infatti, lo scivolamento della roccia rallentava.

Semenza morì e a Muller, quindi, venne revocato l’incarico. In questo passaggio di consegne, vi fu un ritardo nell’abbassamento del livello dell’acqua della diga. Esso venne colmato il 26 Settembre 1963, ma era già troppo tardi, la tragedia era già scritta.

La narrazione del disastro del Vajont sui giornali italiani

A destra Tina Merlin

Il Vajont e il suo disastro mosse le penne e gli animi dei più grandi giornalisti dell’epoca: Tina Merlin, Dino Buzzati e Indro Montanelli, per citarne alcuni. Una lotta, a tratti, molti, politica. Una guerra di posizioni che si combatté sui giornali. Dall’Unità, passando per Il Corriere della Sera, arrivando a Il Gazzettino.

Da un lato la bellunese, penna di sinistra, Tina Merlin. Ella scrisse, già anni prima del disastro, moltissimi articoli in cui lanciava un allarme, avvertiva, in sostanza, che sarebbe avvenuta una tragedia. In questo senso possiamo affermare che essa era in buona parte altamente prevedibile.

Sono intervenute le famiglie direttamente interessate alla difesa dei loro beni minacciati od espropriati dalla Sade e moltissimi altri montanari che nell’egoismo della società elettrica e nell’inerzia del governo intravvedono un pericolo grave per la stessa esistenza del paese a ridosso del quale si sta costruendo un bacino artificiale di 150 milioni di metri cubi d’acqua, che un domani eroderanno il terreno di natura franosa, potrebbero far sprofondare le case nel lago. Per di più il lago dividerebbe irrimediabilmente il villaggio dalle sue terre più fertili isolando oltre valle decine di case.

Estratto dell’articolo di Tina Merlin pubblicato sull’Unità il 5 maggio 1959

Merlin quando il Comune di Longarone riconobbe un premio a “tutti i giornalisti” per il ruolo nella vicenda, lo rifiutò perchè non voleva essere confusa con chi scriveva che «non c’erano colpe». Per Merlin le colpe c’erano ed erano da additare a chi per l’interesse economico di pochi, sacrificò la vita di molti esseri umani.

Troppa ribellione c’è anche nel mio cuore contro l’assassinio in massa che non si è voluto evitare”.

Estratto dell’articolo di Tina Merlin pubblicato sull’Unità del 16 ottobre 1963
Indro Montanelli

I giornalisti che si schierano dalla parte opposta della narrazione, accusati da Merlin, sono altre due penne maestose del giornalismo italiano: Indro Montanelli e Dino Buzzati.

La loro posizione si basava sull’idea che la scienza e la tecnica, a volte, non possono in alcun modo fare i conti con la natura e, per tale motivo, è inutile accusare, bisogna solo lasciare che la giustizia faccia il suo corso.

Intatto, di fronte ai morti del Bellunese, sta ancora il prestigio della scienza, dell’ingegneria, della tecnica, del lavoro.
Ma esso non è bastato. Tutto era stato calcolato alla perfezione, e quindi realizzato da maestri, la montagna, sotto e ai lati, era stata traforata come un colabrodo per una profondità di decine e decine di metri e quindi imbottita di cemento perché non potesse poi in nessun caso fare dei brutti scherzi, apparecchiature sensibilissime registravano le più lievi regolarità o minimi sintomi di pericolo. Ma non è bastato. Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed asciutta che la fantasia della scienza. Sconfitta in aperta battaglia, la natura si è vendicata attaccando il vincitore alla spalle. Si direbbe quasi che in tutte le grandi conquiste tecniche stia nascosta una lama segreta e invisibile che a un momento dato scatterà.

estratto dell’articolo di Dino Buzzatti pubblicato dal Corriere della Sera l’11 ottobre 1963

Anni dopo Indro Montanelli in un’intervista del 25 Marzo 2000 disse al Corriere della Sera:

Io non davo né ragione né torto a nessuno. Dicevo soltanto che aizzare gli uni contro gli altri gli scampati a quell’immane disastro nel momento in cui era necessario unirci tutti per salvare il salvabile (e farlo per portare fascine alla campagna contro l’impresa privata, che poi abbiamo visto che bella roba ha fruttato), era da sciacalli. E se un simile caso (Dio non voglia) si ripetesse, tornerei a dirlo. Ci vollero anni per istruire un processo. E non mi pareva quello il momento di anticiparne il verdetto.

Scritto da Costanza Maugeri

Fonti: Corriere della Sera, L’Unità, Geopop, Corriere delle Alpi

Articoli Correlati