I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio | recensione

di Emanuele Fornito
4 Min.

Questa domenica parleremo di un film particolarmente significativo per il cinema italiano, che ha fatto da esordio ad uno dei registi più apprezzati della storia del nostro cinema, di cui abbiamo ancora oggi la fortuna di visionare le sue nuove opere al cinema. Stiamo parlando de I pugni in tasca, diretto da Marco Bellocchio.

Una critica in silenzio

Ancora oggi viene difficile credere che un’opera di questo genere possa essere stata la prima di un allora giovane regista. Eppure, con I pugni in tasca, ci troviamo dinanzi una complessa composizione intellettuale ed artistica che fa della potenza delle immagini la sua base narrativa. Bellocchio, infatti, decide di costruire una pesante critica alla società del tempo partendo da Alessandro, interpretato magnificamente da Lou Castel, un ragazzo di famiglia borghese affetto da epilessia.

L’intera narrazione verte sul conflitto morale a cui è costretto il protagonista, il quale medita l’omicidio della sua famiglia per rendere libero suo fratello Augusto, unico dei quattro fratelli ad essere riuscito ad “evadere” dall’ambiente costrittivo della famiglia. Bellocchio decide di raccontare questa storia tramite lunghi silenzi e meditazioni fuori campo, lasciando allo spettatore l’intera interpretazione dei fatti.

Un ceto alienato

Inserita in quegli anni, la critica che muove Bellocchio non può non immettersi in quella che molti intellettuali dell’epoca hanno mosso al boom economico italiano che, come da essi rivelato, ha portato con sé un completo declino dell’uomo. Alessandro, in questo senso, diviene il simbolo di quell’uomo smarrito ed alienato, caduto in quella che Pirandello, qualche decennio prima, chiamava la “trappola della famiglia“, il primo nucleo sociale ad essere completamente degenerato.

I pugni in tasca: ambiguità e spietatezza

Tutto ciò rende Alessandro un uomo nevrotico e, per l’appunto, alienato, il quale, incapace di esprimere ed interpretare la propria interiorità, esplicita dei sentimenti di dolcezza ed estrema spietatezza che fanno di lui l’emblema di quell’implosione che ha caratterizzato il ceto borghese.

Ne esce fuori così un’opera che, sia a livello tecnico che contenutistico, costituisce un vero e proprio pilastro del nostro cinema. I pugni in tasca è un capolavoro che vi invitiamo caldamente a recuperare.

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