I media non ci bombardano, al massimo ci facciamo bombardare

di Mirko Aufiero
7 Min.

Nel senso comune sono piuttosto diffuse espressioni come «il bombardamento dei media», riferite alla possibilità che questi avrebbero di raggiungerci in ogni situazione per inondarci di notizie. Questi sarebbero inoltre in grado di determinare cosa il “pubblico” pensi e come agisca.

Si tratta di una visione tipica delle prime teorie sviluppatesi nell’ambito della sociologia della comunicazione, che si sono fortemente radicate nel nostro modo di rapportarci ai media. Non saranno estranee a nessuno certe considerazioni su social network, quali Instagram o Tik Tok, in cui si sostiene che questi «tirino fuori il peggio dalle persone» o le «rendano ebeti». Un discorso simile può essere fatto per i film e i videogiochi violenti, eterni colpevoli nel senso comune di rendere a loro volta violento il pubblico.

Questo modo di pensare può essere fatto risalire agli inizi del XX secolo, in particolare alla cosiddetta «bullet theory». Questa “teoria” – che poi di teoria non si tratta essendo priva di dati empirici – sosteneva che i media potessero emettere un messaggio e le persone essere colpite da questo. Esattamente come un «bullet» (proiettile), indirizzato ad un «target», ossia il bersaglio.

L’individuo colpito reagirebbe a sua volta in maniera diretta e allineata allo stimolo proveniente dal proiettile, ossia dal messaggio. L’idea alla base era infatti che i media – tramite il giusto stimolo – fossero in grado di condizionare i comportamenti delle persone.

Di questa teoria hanno fatto tesoro i totalitarismi della prima metà del secolo scorso, convinti di poter “inquadrare” a monte le “masse”, viste come un insieme di individui suggestionabili, isolati e bisognosi di un leader in grado di guidarli. Da qui la grande attenzione che i regimi totalitari hanno dedicato al controllo dei “media di massa” come cinema, radio e giornali.

I possibili buchi nell’acqua

newspaper lot free image | Peakpx - media

I media di massa ad inizio XX secolo venivano visti come in grado di creare il consenso e di convincere della bontà dell’operato del decisore politico. Nonostante il sistema dei media dell’epoca fosse estremamente più limitato di quello attuale, e dunque soggetto a dinamiche in parte differenti, questa visione presenta diversi limiti.

Nelle teorie sviluppatesi nei decenni successivi inizia ad emergere una componente fondamentale della comunicazione, ossia l‘interazione. La comunicazione è infatti un processo che coinvolge diversi elementi, tra cui mittente, canale, messaggio, contesto e destinatario.

Nelle teorie della prima metà del ‘900 si pensava che tale processo prevedesse la “trasmissione” di un’informazione da un punto A ad un punto B. Questo schema si è affermato nel mondo dell’informatica, ma la comunicazione umana è più complessa.

Il destinatario infatti non si limita a ricevere il messaggio, ma mette in atto insieme al mittente un processo di negoziazione del senso. Il ricevente attua una «decodifica» del messaggio che ha ricevuto, interpretandolo alla luce del contesto, del rapporto col mittente e dei suoi sistemi di valori.

Questo processo di decodifica può essere «aberrante», per utilizzare una celebre espressione di Umberto Eco. Ossia, l’interpretazione prevista dall’autore per il suo «Lettore modello» (ossia il lettore a cui l’autore immagina di rivolgersi) può non coincidere con l’interpretazione fatta dal «Lettore empirico» (colui che effettivamente riceve il messaggio).

L’interpretazione avviene in primo luogo tramite quelli che vengono definiti «codici» e «sottocodici». Il destinatario fa agire in primo luogo il codice che condivide con il mittente e che permette lo scambio di informazione (nel caso di una conversazione la lingua comune). In seguito, intervengono nell’interpretazione i sottocodici che, semplificando, possiamo descrivere come l’insieme dei valori, delle conoscenze e delle credenze della cultura a cui apparteniamo.

Cosa possono fare i media

Alla luce di quanto detto sopra, risulta difficile immaginare che un individuo possa essere direttamente condizionato nei suoi comportamenti dai media. Esistono interpretazione «divergenti», non previste dal mittente, che possono inficiare l’efficacia della comunicazione così come prevista dalla fonte.

Ne consegue che anche la comunicazione così come intesa dai regimi totalitari non sia quella corretta. Il consenso non viene creato dai media, che al massimo possono contribuire a rafforzarlo.

Tra gli effetti attribuiti oggi alla comunicazione si parla infatti del rafforzamento degli atteggiamenti. Questi non vanno però confusi con i comportamenti, in quanto la comunicazione non determina l’agire delle persone, ma può rafforzare un atteggiamento che può (ma non necessariamente) portare ad un’azione.

Su tale processo si basano le campagne elettorali, che hanno come primo compito quello di attivare il proprio elettorato di riferimento e, se possibile, gli astenuti. Solo in casi eccezionali queste hanno il potere di mutare le propensioni al voto degli elettori dello schieramento opposto.

L’agenda building e agenda setting

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Un altro tra i diversi effetti attribuiti oggi ai media è la capacità di imporre un’agenda tematica al dibattito pubblico. A seguito di un processo negoziale e selettivo, i media stabiliscono quali temi portare all’attenzione del pubblico. Da un lato, troviamo temi che si impongono per la loro rilevanza; dall’altro, ci sono dinamiche come i rapporti di potere, le routine delle redazioni che ne scandiscono l’operato e l’interesse e i gusti del pubblico.

Una volta terminato questo processo di «agenda building», si passa allo step successivo, ossia quello di «agenda setting». A questo livello avviene la scelta dell’ordine gerarchico da impartire ai temi e all’associare a questi un «framing», ossia una cornice di senso per orientarne la lettura.

In questo modo un quotidiano vicino alla destra e uno vicino alla sinistra racconteranno in maniera diversa lo stesso evento a seconda del pubblico a cui si rivolgono. Ciò tuttavia non significa che i media impongano al pubblico cosa pensare di determinati temi, ma «presentano al pubblico una lista di ciò intorno a cui avere un’opinione e discutere» (Shaw, 1979).

Bibliografia

Shaw, E. F. (1979). Agenda-Setting and Mass Communication Theory. Gazette (Leiden, Paesi Bassi);

Belluati, M. e Tirocchi, S. (2023) Sociologia della comunicazione e degli ambienti mediali. Pearson (Milano, Italia).


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