Il gioco d’azzardo: tra diletto e patologia

di Alessia Giurintano
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 5 Min.

Il gioco d’azzardo. E’oggetto di allarme sociale, la sua diffusione a macchia d’olio si è rivelata un effettivo problema socio-culturale sempre più fecondo. Negli studi di Thornstein Veblen, sociologo statunitense, il gioco d’azzardo viene inserito tra le forme di «dispendio onorifico», il consumo vistoso delle classi abbienti esibito come segno di prestigio e distinzione.

E’ uno status symbol, in quanto comporta non solo una disponibilità economica per l’accesso al gioco, ma anche la disponibilità di tempo da impiegare nel gioco, sottraendolo alle attività produttive della giornata lavorativa.

George Simmel parla di “avventuriero”, individuo astorico, tagliato fuori dal mondo e dalla sua quotidianità, estraneo a se stesso. Colui che gioca d’azzardo entra in una dimensione sociale alienante, pari al sogno, fuori dal flusso regolare degli eventi. Il giocatore d’azzardo è chiuso in una gabbia, stretto in un mondo che cambia sotto ai suoi occhi, ma che lui avverte lontano e statico. La dimensione del tempo che vive è vuota, e il gioco è una forma di colmarlo.

gioco d'azzardo

L’anomia e il sogno americano che diventa patologico

Merton, altro sociologo americano, inserisce il gioco d’azzardo nel grande contenitore dal nome “devianza“. Riprendendo un tema classico della sociologia durkheimiana, l’anomia, Merton si interroga sul «sogno americano», orizzonte culturale di una società in rapida espansione, che rappresenta uno scopo cui non corrispondono adeguati mezzi legittimi per raggiungerlo. L’anomia è dunque l’effettiva condizione di incongruità fra obiettivi e mezzi.

Molte sono le strategie poste in atto dagli attori sociali per reagire a questa condizione (conformità, innovazione, ritualismo, rinuncia e ribellione); Merton inserisce il gioco d’azzardo tra le forme di adattamento innovativo, descrivendolo come uno strumento –illusorio– mediante il quale tutti gli individui possono rapidamente raggiungere la meta dell’affermazione economica.

«Nella misura in cui il gioco è un mezzo per conquistare un premio esso costituisce una opportunità; nella misura in cui esso costituisce una minaccia per ciò che si è scommesso esso è un rischio». (Erving Goffman)

gioco d'azzardo

La sociologia del gioco d’azzardo

Gerda Reith divide il gioco d’azzardo in tre categorie:

  • sociale (incentivante, non patologico)
  • problematico (cioè esagerato, ma in una condizione ancora limite)
  • patologico (dipendenza di fatto)

La sociologia si è occupata della forma più radicale, la terza categoria, il caso limite. La costruzione sociale del gioco problematico ha interpretato l’azzardo come un’attività improduttiva, strutturalmente incapace di creare benessere, fattore di degrado morale della popolazione, spinta al vizio e alla sregolatezza.

Il giocatore problematico contemporaneo è, da un punto di vista culturale, una figura inedita, emblematica delle contraddizioni presenti nelle società consumistiche tardomoderne, ma anche una costruzione sociale emersa nella seconda metà del XX secolo in seguito all’espansione dell’industria dell’azzardo e alla conseguente preoccupazione che questo fenomeno ha generato nell’opinione pubblica.

La cultura del gioco: lo sfogo, il consumo, il rischio

E’ stato letto come meccanismo di dominio sociale, strumento di distrazione di massa e valvola di sfogo per i ceti subalterni, ma anche forma di consumo resistenziale in cui i gruppi sociali oppressi o marginalizzati possono sperimentare forme di libertà dai vincoli sociali di genere e di classe. La spettacolarizzazione del gioco diventa un potente strumento di stimolo dei consumi, inoltre.

Il gioco d’azzardo come mainstream leisure activity conquista la classe media con il supporto di una comunicazione pubblicitaria che non fa riferimento ai concetti di azzardo e rischio, ma usa un linguaggio eufemizzato basato su gioco, partecipazione, edonismo e gratificazione istantanea.

L’emergere del gioco d’azzardo come problema socialmente percepito deve dunque essere letto nel quadro delle trasformazioni delle società occidentali e, in particolare, della transizione da un’etica della produzione a un’etica del consumo, nei termini di Zygmunt Bauman: l’individuo si realizza mediante l’acquisto, e si perde nel mare della società liquida che lo omologa.

Scritto da Alessia Giurintano


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