Film “D’Essai” e “Commerciali”: in che direzione sta andando il cinema di oggi?

di Emanuele Fornito
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 7 Min.

L’invenzione del cinematografo, con la conseguente nascita della cosiddetta “settima arte”, ha completamente stravolto il modo di comunicare, subendo evoluzioni ed involuzioni nel corso dei decenni. Ma partiamo da una fondamentale contestualizzazione.

In che contesto socioculturale nasce il cinema?

Una delle prime locandine dei film dei fratelli Lumière

Il cinema viene presentato al pubblico negli ultimi anni del XIX secolo, periodo in cui attraverso profondi mutamenti sociali (come la seconda rivoluzione industriale e l’avvento di nuove ideologie politiche), la cultura occidentale vide una completa tramutazione, con la nascita di quella che è passata alla storia come società di massa. Senza entrare nei particolari (seppur interessantissimi per la comprensione della società in cui viviamo oggi), è importante notare di come il cinema sia in pochi anni diventato un potente strumento di comunicazione e di diffusione di idee, finendo per essere definito un vero e proprio mass-media. Difatti, è oggettiva l’importanza che il cinema ha avuto per i regimi totalitaristi del ventesimo secolo, i quali non perdevano occasione per promuovere una propria propaganda.

L’influenza sulla produzione artistica

Questa strumentalizzazione non poteva non avere ricadute sul mondo artistico: dinanzi ad una società sempre più incentrata sui consumi, coloro i quali, disponendo di importanti risorse economiche, decisero di intraprendere affari proprio in questo settore, iniziarono ad offrire ad una massa di spettatori, ineducati alla cultura per definizione, ciò che li potesse attirare maggiormente. Ciò, unito ad un sistema creatosi già ad inizio secolo scorso negli Stati Uniti in cui risultava alquanto difficile riuscire a pubblicare un’opera cinematografica senza il sostegno e il veto di una casa di produzione, ha contribuito ad una sempre crescente svalutazione della settima arte, che si è ritrovata ad essere conosciuta dalla maggioranza solo come un mero mezzo di svago.

Frame tratto dal film “Fino all’ultimo respiro” (1960), uno dei manifesti della Nouvelle Vague

E’ bene specificare, tuttavia, che questo è un fenomeno cresciuto in maniera dirompente solo verso la fine del secolo scorso: almeno fino agli anni sessanta, infatti, era ancora possibile raggiungere un gran numero di spettatori con del cinema sperimentale e fuori dagli schemi e, di conseguenza, era verosimile trovare una ricercatezza artistica anche nei film allora definiti “commerciali” (salvo eccezioni, naturalmente). Questo è soprattutto vero se si parla del cinema europeo di allora: Hollywood, in crisi durante gli anni ’50 e ’60, fu infatti artisticamente surclassata da movimenti d’essai come la Nouvelle Vague o il grande cinema classico italiano.

Con l’avvento della globalizzazione culturale, iniziata già dagli anni ’80, però, la pratica messa in atto dall’industria cinematografica statunitense, di stampo chiaramente capitalistico-consumista, è stata ereditata da tutti i Paesi e, quando l’uscita di un film straniero in sala non fu più considerato un evento raro, ecco che il suddetto fenomeno ha visto crescere le proprie forze, divenendo sempre più dinamico e presente.

Qual è la situazione oggi?

Ad oggi, quando si parla di cinema d’essai sembra riferirsi soltanto a tempi ormai passati, venendo quasi svuotato del suo significato originale: non più cinema di sperimentazione ma cinema di epoche precedenti. Certo, la sperimentazione cinematografica è presente ancora oggi, ma è lecito domandarsi: perché, al contrario di quanto avveniva diversi decenni fa, non è più possibile trovare questi film nella sala della propria città, ma soltanto in pochissimi cinema indipendenti?

Ebbene, arrivati a questo punto si arriva ad un bivio.

Da una parte la colpa potrebbe essere imputata alla massa che, non educata alla comprensione (e quindi alla fruizione) di opere artistiche è intrisa di una cultura di influenza consumistica, che porta ad atteggiamenti di repulsione verso il “vecchio” e verso le opere più “complicate” (vi è mai capitato di reputare noioso un film solo perché degli anni ’60 o perché in bianco e nero? Ecco, ci si riferisce a questo), favorendo il “nuovo” e l'”immediato”.

Dall’altra, la responsabilità toccherebbe le case di produzione che, nonostante posseggano il potere di divulgare e diffondere l’arte, preferiscono seguire la domanda, sulla scia dei guadagni sempre più alti e sempre più facili, a scapito della formazione culturale ed intellettiva del singolo.

Quali conclusioni trarre?

A nostro avviso, la verità si trova nel mezzo: la colpa, cioè, è da ascrivere ad entrambe le parti. Così come per lo sviluppo di questa stessa condizione, sarebbe necessario, per un cambiamento radicale della fruizione artistica di un film, un mutuo impegno:

da parte degli spettatori, i quali dovrebbero avvertire maggiormente la curiosità e la voglia di scoprire la bellezza, di interfacciarsi con idee diverse e di arricchire sé stessi dopo la visione di un film, partecipando attivamente alla visione (è da annotare che affermando ciò non si vuole discriminare alcun prodotto, piuttosto reputiamo inammissibile che l’unica forma di cinema maggiormente distribuita, conosciuta e fruita attualmente sia quella commerciale, ovvero quella tipologia cinematografica completamente priva di leziosità o minimo interesse artistico e culturale);

da parte delle produzioni, le quali dovrebbero accantonare l’avidità pecuniaria per avere più considerazione del proprio compito morale di educazione e formazione intellettiva della società, iniziando a favorire per esempio l’espressione di giovani artisti, portatori di nuove tendenze.

Ci rendiamo conto, tuttavia, che ciò equivale a chiedere un radicale mutamento del modo di pensare e di agire: una trasformazione che, insomma, dovrebbe riguardare l’intera cultura contemporanea; e siamo ben consci del fatto che la cultura generale di intere popolazioni non può di certo variare facilmente in pochi anni (piuttosto è il contrario). E’ necessario, dunque, che l’iniziativa parta dal singolo attraverso una presa di coscienza della propria condizione; egli deve infatti riuscire a distaccarsi dalla comune tendenza, deve alienarsi culturalmente dalla massa che lo circonda, per la (ri)scoperta dell’arte e della cultura nella loro totalità, imparando, capendo e meravigliandosi, non consumando.

Scritto da Emanuele Fornito



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