Fast fashion, un problema di inquinamento e sfruttamento minorile

di Carola Antonucci
6 Min.

Al giorno d’oggi, in un mondo sempre più consumista, il tema della sostenibilità ha iniziato ad avere rilevanza anche tra i giovani. Tra chi protesta imbrattando monumenti per dare voce a problematiche reali ed esistenti, e chi – più in silenzio ma mai nascosti – promuove uno stile di vita più salutare anche per l’ambiente e il mondo che ci ospita. È importante, infatti, ricordare il nostro stato di ospiti e non di padroni. In questo panorama, si colloca il Fast Fashion che attira grandi quantità di giovani e non, ma che ha un impatto disastroso per l’ambiente.

Panoramica sul Fast Fashion, di cosa si tratta?

Il Fast Fashion ha rappresentato una svolta senza precedenti nel mondo della moda, ribaltando la vecchia produzione ad una più su larga scala con cicli di produzione accelerati e un impatto importante sulla società e sull’ambiente.

Per analizzare meglio il fenomeno, bisogna partire dalle origini: gli anni ’60 e ’70, periodo di profondo cambiamento dovuto anche al boom economico degli anni. È, però, negli anni successivi – ’80,’90 – che la nascita di marchi come Zara ed H&M ha portato un nuovo paradigma nel panorama globale della moda. Il modello di business promosso da queste aziende, si basava – e basa – proprio sulla velocità, la quantità e la qualità assente di produzione. Tutto questo, in grado di soddisfare le richieste sempre più mutevoli del mercato. Pensiamo a quanto le mode cambino da anno ad anno, ma addirittura anche nel corso di una sola stagione, non potrebbero affrontare tali cambiamenti senza una velocità notevole di produzione.

Si sviluppa, quindi, un concetto fondamentale per il Fast Fashion. Il Fast Turn Over, un cambiamento di direzione rapido incentrato sulla rotazione delle collezioni che spinge sempre più consumatori ad acquistare compulsivamente la merce.

L‘accessibilità economica – dovuta anche ad una qualità bassa – e la sicurezza nella reperibilità del prodotto, hanno reso il Fast Fashion una condizione intrinseca della società attuale. Un’idea di usa e getta che avalla il pensiero secondo cui se un oggetto non serve, si può facilmente sostituire piuttosto che riparare. Un atteggiamento che, i giovani, attuano anche al livello relazionale. Ma questo è argomento di altra portata da affrontare in separata sede.

Lo sfruttamento della compagine operaia, spesso minorile

Fast Fashion e sfruttamento minorile

Nel 2022, l’industria della moda veloce ha fatturato oltre 500 miliardi di dollari con una crescita costante di valori e mercato. Le vendite, aiutate dai rispettivi siti web, hanno portato la moda su un livello mai raggiunto prima. Questo modello di produzione ha contribuito a creare una catena complessa basata su numerose fasi che vanno dalla progettazione alla distribuzione a livello globale.

Il fatto che la distribuzione sia estesa a tutti i paesi sviluppati, ha reso appetibili i paesi meno sviluppati come Bangladesh, Vietnam, India, Chile e alcune parti della Cina alle industrie del Fast Fashion come importanti hub di produzione. La produzione rapida e l’elevata quantità di produzione, con capi di abbigliamento che possono essere progettati, prodotti e distribuiti anche in poche settimane, come abbiamo visto, non sarebbero possibili senza uno sfruttamento della compagine operaia. Lo sfruttamento, che spesso si riversa su un’età infantile, comprende orari di lavoro estenuanti. Delle volte senza turni lavorativi o pause. Il tutto, accompagnato da una paga misera.

La dislocazione degli hub di produzione in paesi in via di sviluppo come il Bangladesh ha portato, tuttavia, discreti benefici economici. Questo, però, totalmente effimero se consideriamo le condizioni sopra citate del lavoro in fabbrica. Da citare, l’incidente del Rana Plaza avvenuto il 24 aprile 2013 che ha visto protagonista la morte di 1138 persone. La causa dell’incidente è stato il crollo di un edificio progettato per un solo piano, ma abusivamente ampliato a quattro.

Da allora il Bangladesh ha messo in atto sforzi per il miglioramento di strutture adibite al lavoro, ma non ha comunque migliorato le gravi lacune sulla sicurezza del lavoro, ancora oggi presenti.

Concludendo sull’utilità del Fast Fashion

Fast Fashion, Vinted e Wallapop aiutano l'ambiente?

Alla luce di quanto detto, a cui si aggiunge il già citato impatto ambientale dovuto da materiali non sostenibili, porta ad una visione assolutamente negativa della moda veloce.

Il poliestere, il cotone sintetico, l’uso di pesticidi anche nell’industria tessile, porta all’aumento dell’inquinamento ambientale se accompagnati dalla concezione dell’uso che, questi vestiti, hanno nella società. L’uso prolungato di vestiti, l’aumento della vendita dell’usato potrebbero, di fatti, migliorare il problema dell’inquinamento.

Il tutto aiutato dall’uso del BT Cotton (un cotone biodegradabile). Innovazione biotecnologia per ridurre l’uso di pesticidi nell’industria tessile sia per la salute che per gli oneri economici dell’uso di tali sostanze chimiche.

Nonostante l’industria del Fast Fashion si stia muovendo, seppur lentamente al contrario della sua politica aziendale di produzione, per salvaguardare l’ambiente rimane la piega dello sfruttamento minorile che, invece, i paesi in via di sviluppo non intendono abbandonare.

In merito a ciò, quanto siamo disposti noi ad aiutare? Abbiamo davvero bisogno di cambiare il nostro armadio così spesso?

Seppur l’utilizzo discreto di app come Vinted e Wallapop, ideate per la rivendita di oggetti usati in buone condizioni, si teme non sia abbastanza per salvaguardare milioni di bambini sfruttati e un pianeta sull’orlo del precipizio. Per la prima variabile, ha forse più senso interpellare chi di dovere, in quanto molto probabilmente non basterebbe il cessare l’attività di acquisto compulsivo. Verrebbero, sicuramente, sfruttati in altri settori. Ma forse, nel nostro piccolo, il ridurre le abitudini dall’alto della nostra comodità e fortuna, potrebbe quanto meno ridurre uno dei due problemi.

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