Eutanasia e suicidio assistito in Italia

Tra la giurisprudenza e i palchi dei comizi

di Mirko Aufiero
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 10 Min.

Non è opportuno, lo sai, conservare la vita in ogni caso; essa, infatti, non è di per sé un bene; lo è, invece, vivere come si deve […]. Se un genere di morte comporta atroci sofferenze, mentre l’altro è semplice e accessibile, perché non si dovrebbe porre mano a quest’ultimo?

Seneca, Lettere morali a Lucilio, VII, Epistola 70

A partire da questa citazione di Lucio Anneo Seneca, è possibile introdurre un tema protagonista del dibattito pubblico degli ultimi anni, il fine vita. Con questa espressione si intende il periodo in cui le aspettative di vita di un paziente sono ridotte a causa di una patologia inguaribile e progressiva, da distinguere da altri termini come eutanasia e suicidio assistito.

Quest’ultime sono infatti pratiche per porre fine alla vita di un soggetto consenziente in maniera medicalmente assistita. L’eutanasia prevede la somministrazione di dosi letali di farmaci da parte di una figura terza, mentre nel suicidio assistito è lo stesso paziente a procedere alla somministrazione con l’aiuto di un medico.

La prima di queste due pratiche è considerata illegale in Italia (artt. 579 e 580 c.p.), mentre è stato riconosciuto come un diritto il suicidio assistito dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale. Affinché tale pratica possa essere attuata, è necessario rispettare quattro parametri fissati dalla Corte: la malattia deve essere irreversibile, la patologia deve essere fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, il paziente deve essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e la persona in questione deve essere tenuta in vita da trattamenti vitali.

Più controversa è la definizione di trattamenti vitali. Se storicamente sono stati considerati tali l’alimentazione, l’idratazione e la ventilazione assistita, negli ultimi anni si è aggiunta anche la chemioterapia, come nel caso di Gloria, seconda persona in Italia a morire tramite suicidio assistito.

Tra sentenze della Corte e impasse politico

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Per decenni la posizione della legislazione italiana sul tema è stata molto rigida. Ciò si deve non solo all’influenza del Vaticano – spesso sovradimensionata – ma soprattutto al nostro codice penale e alla reticenza della classe politica nell’affrontare un tema così divisivo anche all’interno degli stessi partiti.

Il nostro codice penale trae le proprie origini dal codice Rocco – entrato in vigore nel 1930 durante il ventennio fascista -, il quale vieta l’eutanasia con gli articoli 579 (Omicidio del consenziente) e 580 (Istigazione o aiuto al suicidio).

Tali norme sono state pensate in un’epoca in cui la concezione del ruolo dell’individuo all’interno della società era differente e in cui le possibilità offerte dalla scienza per prolungare la vita dell’individuo erano minori.

L’individuo era considerato come una parte di un tutto organico, la società, la quale doveva costituire il fine per il singolo. Si tratta di una visione secondo cui non è la società ad essere fatta per l’individuo, ma è l’individuo ad esserlo per la società. Di conseguenza, privare un cittadino della vita, nonostante il suo consenso, costituiva un danno alla società che doveva essere punito.

La visione della società oggi è molto diversa. Siamo passati ad un sistema democratico il quale si pone come fine l’individuo, considerato come persona dotata di fini propri che non può essere trattata come un mezzo dallo Stato.

La legislazione dopo Cappato

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Ad essere cambiato è anche l’atteggiamento dei cittadini nei confronti dell’eutanasia e del suicidio assistito. A questo processo, accompagnato da un progressivo scollamento tra religione ed etica, ha contribuito l’esposizione nel dibattito pubblico di casi di persone richiedenti il ricorso a queste pratiche.

Un ruolo importante lo ha avuto Marco Cappato con l’associazione Luca Coscioni, il quale, compiendo atti di disobbedienza civile, ha aiutato diversi malati terminali ad ottenere il suicidio assistito quando ciò era illegale in Italia e ha portato all’attenzione pubblica la questione.

A seguito dei casi Welby ed Englaro, e dopo l’intervento della Corte di cassazione, nel 2017 si è arrivati alle legge n. 219, la quale sancisce il diritto di ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere di rifiutare o interrompere ogni trattamento sanitario, anche se necessario alla propria sopravvivenza.

Tale legge, tuttavia, non disciplina i casi in cui un soggetto per morire ha bisogno di un’azione attiva, ossia in cui la semplice interruzione delle cure non basta per cagionarne la morte. Si tratta dei casi di suicidio assistito, tema che ha ottenuto grande rilevanza proprio dopo il caso Cappato iniziato nel 2017.

Marco Cappato era infatti stato accusato di istigazione e aiuto al suicido (art. 580 c.p.) dopo aver accompagnato Dj Fabo in Svizzera per ottenere il suicidio assistito. Sul caso è intervenuta la Corte costituzionale nel 2019 con la già citata sentenza n. 242, la quale ha escluso dall’area di applicazione dell’articolo i casi riportati sopra.

L’opinione pubblica è a favore, ma la politica arranca

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Come mostrato da un sondaggio di BiDiMedia del 2021, circa due terzi degli italiani sono favorevoli all’eutanasia legale (64% favorevoli, 16% contrari e 20% astenuti). Questi consensi sono trasversali agli schieramenti politici; se fra gli elettori di centro-sinistra i consensi superano ampiamente l’80%, tra gli elettori di centrodestra i favorevoli sono più dei contrari, anche se con una maggioranza risicata.

Tra tutti gli elettori si registra un 20% di indecisi, simbolo della complessità del tema. Tracciando un bilancio, è possibile osservare come l’elettorato sia tendenzialmente più progressista della classe politica, specialmente di quella seduta nell’ala destra del Parlamento.

Le ragioni di questo scollamento sono diverse, ma del resto non è nuova la vicinanza ideologica dei leader dei partiti di destra ad associazioni come Pro Vita & Famiglia, contraria a «legalizzare l’eutanasia o la morte volontaria medicalmente assistita». Ci si potrebbe però chiedere allora perché, se l’elettorato è trasversalmente favorevole all’estensione dei diritti civili, i leader politici vanno in un’altra direzione.

Se da un lato, in Forza Italia e nella Lega troviamo sensibilità diverse – si pensi alla diversa visione del tema di Matteo Salvini e di Luca Zaia -, dall’altro, Fratelli d’Italia è sempre stato molto chiaro nell’esprimere la sua contrarietà all’eutanasia.

Fratelli d’Italia e l’eutanasia

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«Fratelli d’Italia ribadisce il suo impegno per la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale e per combattere la “cultura dello scarto” che il pensiero unico vorrebbe imporci. Ogni vita è sacra, ogni persona è unica e irripetibile, e noi continueremo a batterci contro la deriva eutanasica ed eugenetica nella quale l’Italia e l’Europa stanno rischiando di scivolare».

Ciò è quanto è possibile leggere sul sito di Giorgia Meloni in una nota risalente al febbraio 2022, la quale mostra chiaramente la posizione della presidente del Consiglio. Tale visione monolitica sembra però non rispecchiare l’elettorato di Fratelli d’Italia, il quale, facendo fede al sondaggio BiDiMedia, fa rilevare un 42% di favorevoli, un 38% di contrari e un 20% di indecisi.

Una lettura che si può dare per questo fenomeno riguarda la rapida crescita del partito di Meloni, passato in pochi anni da circa il 4% dei consensi ad essere il partito italiano più votato. Tale crescita ha portato un elettorato eterogeneo a votare per il Fdi, per cui: se da un lato abbiamo una porzione di elettorato fortemente in sintonia con la classe dirigente del partito su questi temi, dall’altra il nucleo del 4% con opinioni molto polarizzate è stato diluito da nuovi elettori con opinioni variegate.

Tale fenomeno di diluizione non sembra aver interessato i vertici del partito, i quali restano quelli del nucleo originario, con passate esperienze e simpatie per Msi e An e posizioni molto decise sui diritti civili, troppo spesso strumentalizzati. Nella difficile situazione economica e politica in cui versa il Paese, e nella difficoltà nel rispettare le promesse elettorali, il ricorso ai temi identitari risulta infatti un utile strumento per garantirsi il sostegno di quella minoranza rumorosa del proprio elettorato.


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