Color conscious e colorblind casting: approcci di selezione differenti

di Costanza
5 Min.

In tutte le sfere della vita, dalle pubbliche alle private fino a quelle lavorative e di mercato, negli ultimi anni domina – con un maggiore o minor washing – una parola: inclusività. Questa approccio tocca e governa anche il mondo del cinema e, in particolare, la scelta del cast attoriale. Seguendo questa prima considerazione, oggi parliamo della differenza tra e colorblind casting e color conscious casting, due opposti approcci di selezione del cast attoriale.

Cos’è il colorblind casting?

Il colorblind casting (letteralmente, il casting daltonico) è un approccio per il quale le figure che si occupano della scelta del cast attoriale di un film non tengono conto dell’etnia, del colore della pelle di un attore o un attrice e, ampliando il valore semantico dell’espressione, anche, ad esempio, del genere. O meglio, non la considerano rilevante ai fini della specifica e peculiare narrazione, o, in relazione, all’originale. Spesso, infatti, si tratta di rifacimenti di prodotti cinematografici già presenti da tempo sul mercato. Un esempio celebre che ha diviso l’opinione pubblica è il remake della “La Sirenetta”. Un classico d’animazione della Disney del 1989. In cui Ariel, la protagonista, che nell’originale è uno stereotipata bellezza nord occidentale, pelle bianca e capelli rossi; nella produzione del 2023 dall’attrice nera Halle Bailey.

Color conscious casting: cos’è?

I Miserabili

Il color conscious casting è esattamente il contrario del colorblind casting. L’idea che sta alla base di questo approccio è uno: l’etnia degli attori e delle attrici che non solo si traduce nella loro esteriorità ma – soprattutto – nella rappresentazione di dinamiche e contesti storici e – quindi – reali; è essenziale nella narrazione filmica. Esemplificativo è la miniserie del 2018 “I Miserabili”, riadattamento della celebre opera di Victor Hugo. L’attore nero David Oyelowo interpreta l’antagonista della storia, Javier. Che nel romanzo è bianco.

È una vittoria quando si arriva a questo pensiero di fondo secondo cui avere qualcuno come me che interpreta Javert è storicamente impreciso e quindi non ammissibile. Poiché sono così interessato alla rappresentazione delle persone nere in TV e nei film. ho fatto delle ricerche. Ho letto i libri di storia, [e] so che avere qualcuno come me che interpreta Javert non è al di fuori di ambito della plausibilità storica. C’erano persone nere che a quel tempo (Francia post Napoleonica) non operavano semplicemente come individui sottomessi, schiavizzati o intimiditi.

L’attore ai microfoni di Screen Daily

Una riflessione conclusiva…

Che il colorblind casting sia un approccio con un intento inclusivo è innegabile. Ma, forse, un po’ goffo. Se, da un lato ci lancia un messaggio essenziale: l’etnia non è la persona, ma una sua caratteristica peculiare.

E, soprattutto, solleva una questione significativa: la rappresentatività di tutte le etnie sullo schermo in un campo lavorativo che subisce, anch’esso, il paradigma dell’uomo bianco cis e etero. Ma esiste in questa modalità di selezione un elemento controverso: l’aderenza alla realtà che si vuole rappresentare. Se questo elemento può essere ignorato nei film d’animazione, nei fantasy e in tutte quelle opere cinematografiche che godono – maggiormente – di licenza poetica, per un semplice motivo: le dinamiche rappresentate sono totalmente arbitrarie, frutto esclusivo del genio di chi quel film lo pensa; la stessa cosa non accade, ad esempio, per altri generi.

Pensiamo ai biopic, ai film storici o a quelli che, ad esempio, si muovono all’interno di un fortissima interdipendenza tra i personaggi e la geografia ambientale. In questi casi, la riflessione diviene – perlomeno – più complessa. L’etnia, le etnie e il colore della pelle degli esseri umani sono – da sempre – al centro di dinamiche di potere, fenomeni discriminatori che influenzano anche la vita del singolo (ad esempio, nei biopic) e l’ambiente. Condizionati, anche, da quest’ultimo. Queste dinamiche sono storia e, per tale motivo, è un dovere e diritto di tutti e tutte conoscerle.

Il colorblind casting può potenzialmente portare ad un’appiattimento nella narrazione cinematografica. Ad una perdita di prospettiva storica, ma non solo. Nel caso del rapporto uomo – specificità ambientali è fondamentale, infatti, essere coscienti che questa relazione è parte dell’identità del singolo, come di una comunità. “Essere daltonici” nella selezione del cast potrebbe, potenzialmente, sottovalutare l’importanza della coscienza di una moltitudine di etnie umane. E della loro relazione con la storia, con l’ambiente e con tutto ciò che appartiene a questo mondo. Il color conscious casting, invece, come nel caso dell’esempio del paragrafo precedente, è una spinta per una ricerca storica che vada oltre la superficialità mainstream.


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