«Ciao, Principe libero» | A 25 anni dalla morte di Fabrizio De André

di Fabio Virzì
10 Min.

Sono passati 25 anni dalla scomparsa del “Principe libero”, Fabrizio De André. Anarchico e controverso, il cantautore ligure ha rappresentato l’apogeo della scuola genovese e, forse, della musica moderna nazionale.

Quanto lasciato da Faber è un patrimonio artistico immenso, frutto di un occhio fra i più vigili per i bassifondi della società. Laddove vizi e povertà compongono un legame inossidabile, la penna del poeta di Pegli ne ha saputo mostrare le sfumature più pure, soffiando via il pregiudizio che le ricopre e cogliendone la drammatica, ma reale, umanità. Perché tutti, in un modo o nell’altro, ne siamo coinvolti.

Il Cantore degli Ultimi

Come l’aedo Femio era solito fare a palazzo con i Nostoi, così De André ha cantato degli Ultimi. Prostitute, infermi di mente e persino assassini, all’antitesi della piacevole melodia era associata la storia di uno di loro. Una storia dura, fatta di sacrifici e fragilità, ma profondamente terrena.

Nel mondo di Fabrizio l’errore non era motivo di spregio, ma una metafora volta a scuotere quel cinico immobilismo di un’aristocrazia che mai è stata in grado di fare i conti col proprio passato, preferendo deputare al singolo la sua difformità.

La discografia del Principe è ancora oggi l’acme della lotta fra classi, della denuncia sociale dei deboli in un mondo dove la loro presenza è quasi inflazionata. Sono uomini e donne che di colpe non ne hanno, se non quella di essere venuti alla luce nel contesto sbagliato.

Faber in concerto

Un viaggio fra i vinili: dove il peccato non esiste

Se il 45 giri Nuvole barocche/E fu la notte ha segnato il primo passo di Fabrizio nell’industria musicale, l’anno zero del cantautore – al netto dei singoli con l’etichetta Karim – è da tutti considerato il 1967. Anno del suo “Volume 1°“, l’album è ancora oggi un trionfo di eterogeneità di temi e melodie.

Tanta è l’influenza esercitata dal maestro Georges Brassens, già ispiratore del movimento genovese nonché faro della poetica di De André. Attorno alle sue composizioni s’intrecciano, in un dualismo quasi ossimorico, la Marcia Nuziale e la Morte, con il primo costituente una traduzione dell’omonimo brano del francese.

Ma Fabrizio De André fu anche sinonimo d’innovazione, e tante sono quelle di cui l’album è teatro.

Fra la vita e la morte

Ad aprire Vol. 1° ci pensa Preghiera in gennaio, una poesia sì sfortunata ma dal peso storico considerevole. Qui il tema del suicidio è affrontato in un dialogo “a tu per tu” con Dio, oggetto delle suppliche dell’artista per l’accoglienza di un uomo nel suo regno.

Lo stretto nodo fra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica è infatti il catalizzatore di quel malcelato occhio giudicante che si ha nei confronti di chi si toglie la vita, reo di aver sprecato un dono del cielo. E se la visione di un suicida è già macchiata dall’onta per il gesto, quando a commetterlo è un idolo il disprezzo assume tratti grotteschi.

È il caso del suicidio di Luigi Tenco, cantautore e amico fraterno di De André “macchiatosi” di tale gesto nel gennaio del ’67. Il 27, per la precisione: durante la seconda serata del celeberrimo Festival di Sanremo.

In un tributo al compagno di vita, e nelle poche ore successive alla cerimonia funebre, Faber ha trascritto il suicidio di Tenco su un piano pregno di umanità, normalizzando la disperazione di chi, soffrendo, ha scelto di non vivere.

Il poeta e protagonista confida dunque nell’eterna benevolenza di Dio, un comprensivo giudice ultraterreno in grado di conoscere, capire e perdonare.

Luigi Tenco
Luigi Tenco

Un intreccio di lussuria e libertà

Fautore della libertà in ogni sua gradazione, Fabrizio De André è stato promotore di una sessualità dove le etichette non giocano più ruolo alcuno.

È già nell’album di esordio che la tematica della libera scelta viene approfondita: parliamo di Bocca di rosa.

Una donna stanca della mondanità, ma ancora piacente e passionale, si trasferisce nel paesino di Sant’Ilario per esercitare il nobile mestiere della prostituzione. Al netto dei piaceri provocati ai clienti – alcuni suoi abituali nonostante le cariche pubbliche ricoperte – Bocca di rosa dovrà fare i conti con la critica popolare delle comari, invidiose delle attenzioni riservate alla nuova arrivata.

La mancata accettazione di un istinto primordiale come quello del sesso è spesso motivo di biasimo per chi, invece, ha saputo integrarlo all’interno della propria vita, senza tabù di sorta. Chi sceglie di donare o vendere il proprio corpo non merita altro che rispetto, ed è forse più puro dei suoi giudicanti.

Ma l’emancipazione non si raggiunge con il solo amplesso, bensì con la scissione dal concetto di amore tradizionale, a tratti ecclesiastico. E anche in questo Faber è stato un antesignano.

Un valoroso soldato dai riccioli neri muore in battaglia, dopo aver difeso strenuamente i confini della propria patria. Il regnante del posto ne apprende la notizia e, sconsolato, appone un timbro alla missiva di condoglianze destinata ai familiari del defunto. A riceverla, il suo partner Andrea: riccioli neri era omosessuale.

In un connubio di nostalgia e violenza, dove la seconda è rappresentata dall’impazzare della guerra, l’amore verso il proprio stesso sesso non è mai interrogato come motivo di diversità. Riccioli neri combatte con grinta insieme al resto del battaglione, senza che morbose questioni relative alle sue preferenze vengano mai discusse. La coppia di giovani vive com’è giusto che sia, in una condizione di amena normalità.

A proposito del pezzo “Andrea“, nel ’92, dirà:

Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo poetico, i figli della luna; alle persone che noi chiamiamo gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Mi fa piacere cantarla così, a luci accese, a dimostrare che oggi si può essere semplicemente se stessi senza bisogno di vergognarsi.

E se neanche questo bastasse a cogliere la visionaria tendenza al progresso perseguita da De André, si sappia del desiderio di rivalsa della brasiliana Fernanda Farias de Albuquerque.

Contenuta in una delle pietre miliari della musica d’autore – o Anime salve, datato 1996 – Prinçesa è una composizione ispirata alla storia di Fernandinho.

Cresciuto fra miseria e povertà, l’umile contadino comprenderà presto la genesi del suo malessere: è nato in un corpo sbagliato.

Ma Prinçesa indossa un paio di grandi ali, e nessuno gli impedirà di essere sé stessa. In un moto di coraggio, decide di abbandonare il Paese per trasferirsi altrove; qui troverà la pace dei sensi facendosi finalmente operare.

Nata una seconda volta, Fernanda è adesso una stella che brilla di luce, felice delle proprie fattezze. La transessualità della ragazza non è altro che motivo di orgoglio, e neanche una vita di difficoltà lo potrà offuscare.

Fernanda Farias De Albuquerque
Fernanda Farias de Albuquerque

Faber verso l’eterno

Tante altre sarebbero potute essere le corde oggi sfiorate, dalla tendenza anarchica del genovese sino all’esistenziale limbo che ci porta, o meno, alla convinzione della fede.

La realtà è però che una discografia così immensa, di numero e significato, non può essere descritta in poche righe, né designata all’interpretazione del singolo.

Quanto è davvero importante sapere, però, è che Fabrizio fu spesso debole, come i soggetti trattati nelle sue opere. Figlio di una fragilità che abbraccia il genere Homo sin dalla sua venuta sul pianeta, è stata proprio questa condizione, così viziata e terrena, a renderlo mentore di una generazione.

De André non si è mai conformato allo stereotipo ideale dell’eroe atarassico, né ha mai tentato di farlo. Era un essere umano, e in quanto tale aveva le sue debolezze. Come tutti noi.

Ed è per averci fatto capire quanto sia normale non essere normali, Fabrizio, che ti ringraziamo.

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