Chi erano gli Shamate? La subcultura dei ragazzi cinesi sfruttati in fabbrica

di Sofia Ciatti
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Chi erano gli Shamate

Tra anni ‘90 e primi Duemila, nelle periferie di Dongguan, città industriale nel sud della Cina, alcuni giovani iniziano a sfoggiare un vestiario bizzarro, acconciature eccentriche e fluorescenti (rosa, biondo platino, viola), secondo il gusto e la moda visual kei, una declinazione peculiarmente giapponese del genere punk.
Sono i ragazzi Shamate, traslitterazione del termine inglese “smart”, sottocultura cinese molto controversa.
Ogni sinogramma è portatore di un significato a sé: sha significa “uccidere”, ma “cavallo”, “speciale” e riguarda quella tensione alla libertà selvaggia e senza regole cui aspirano gli Shamate.
L’esperienza di questi giovani era accomunata da un tratto: tutti migravano dalle campagne alle periferie urbane, di Dongguan in particolare, per essere impiegati nelle industrie del comparto manifatturiero.
Questi giovani venivano assunti illegalmente dalle industrie manifatturiere per l’età proibitiva (spesso sotto i 14 anni), sottoposti a ritmi di lavoro inauditi, in ambienti insalubri, dove per andare alla toilette serviva un permesso firmato.
Sei giorni su sette, dodici ore al giorno: questo era l’orario di lavoro per ottenere uno stipendio ridicolo (circa 400 euro).

Shamate

La storia di Liu Kai

Liu Kai era uno Shamate e racconta, a distanza di anni, la sua storia: si avvicinò a questo stile di vita grazie ad un forum online, rimanendone affascinato: dapprima comincia ad uscire di casa con un sottile strato di fondotinta, poi il suo trucco si fa sempre più creativo ed estroso, si fa crescere i capelli, se li tinge, si riempie di piercing, il tutto con un solo obiettivo: farsi notare.
Le persone erano disgustate dal suo aspetto, ma a lui non interessava, perché aveva raggiunto il suo scopo: catalizzare tutta l’attenzione su di sé.
Il retroterra di Liu è tipico del prototipo dello Shamate: scarsa istruzione, genitori assenti, socialmente emarginato, un fantasma per la società: da qui nasce proprio la necessità di mettersi in mostra.
Giunge nella periferia di un distretto industriale a quindici anni, da solo, senza un soldo, senza sapere come funzionasse in città, dal momento che i ritmi cittadini risultavano molto diversi da quelli osservati nella zona rurale da cui proveniva.
Deve affrontare il problema delle condizioni di lavoro estenuanti e dell’integrazione complessa all’interno di un contesto altrettanto complesso.
Lo stipendio previsto dalla catena di montaggio in fabbrica (3000 yuan, circa 400 euro) non gli permette una casa di proprietà o in affitto ed è costretto a vivere nei dormitori della fabbrica dove lavora.
Usciva all’aperto soltanto dopo la mezzanotte e, spesso e volentieri, consumava la propria (misera) porzione di cibo per strada, sui marciapiedi.
Spesso tra i ragazzi Shamate si creavano pratiche di mutualismo: si supportavano a vicenda prestandosi denaro o risolvendo controversie di lavoro.

Shamate

Gli Shamate oggi

Oggi l’era shamate è un ricordo del passato e Li Xu, emigrata dalla costa est a Shanghai, dove lavora come parrucchiera, è la prima a sottolinearne l’eclissi: i giovani ormai non vengono più a chiederle quelle “stravaganti acconciature”. Gli Shamate sono un capitolo chiuso.
Per alcuni, ciò che ha contribuito alla scomparsa di questa sottocultura è stata la valanga di critiche ricevute dalla società tradizionale. Liu sottolinea che il motivo è molto più semplice: “Si cresce”, dice. Il resto del Paese non era interessato a comprenderli e la società del consumismo imperante li considerava dei falliti mai arrivati. Secondo un’opinione diffusa, proprio per aver avuto il merito di far conoscere il regime di sfruttamento e oppressione che vigeva in quei distretti, sono stati censurati e messi a tacere.
Quel che è certo è che il loro è stato senza dubbio un meccanismo di difesa nei confronti di una società che li emarginava, lasciandoli volontariamente indietro.
Gli Shamate hanno costituito l’altra faccia della medaglia del cosiddetto “miracolo economico cinese e, con la loro subcultura, invitano a riflettere anche oggi sul rapporto che sussiste tra città e periferia, tra ricchezza e povertà.

Scritto da Sofia Ciatti


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