CA-NI-CI-NI-CA: lo sfruttamento lavorativo raccontato in scena

4 chiacchiere con Greta Tommesani e Federico Cicinelli

di Costanza Maugeri
12 Min.

Il 25 e il 26 Ottobre 2023, durante il Romaeuropa Festival, una manifestazione che trova il suo focus nelle arti contemporanee, è andato in scena “CA-NI-CI-NI-CA” di Greta Tommesani.

Ho avuto l’immenso piacere di chiacchierare con lei e Federico Cicinelli con cui condivide la messa in scena e la drammaturgia nel progetto.

Prima di qualsiasi altra domanda, conosciamoli un po’.

Greta Tommesani nata a Mantova nel 1994, ha studiato Cooperazione internazionale e lavora nella progettazione sociale. Ha, inoltre, seguito formazioni attoriali in scrittura scenica e in conduzione di laboratori teatrali nelle scuole Grock.

Io sono Greta. Lavoro nella progettazione e, negli anni, ho anche studiato teatro, è una delle cose che mi appassionano di più ed è stata una delle motivazioni che mi ha spinta a lavorare a questo spettacolo

Federico Cicinelli si forma grazie a seminari tenuti da artisti quali Danio Manfredini, Daria Deflorian, Massimiliano Civica, Serena Sinigaglia. Nel 2021 frequenta il laboratorio di formazione permanente di Atir (Milano), conclusosi con il debutto di “Il dio non si diverte” diretto da Serena Sinigaglia.

Partecipa inoltre allo spettacolo “Bros” di Romeo Castellucci e “SHITSTORM” a cura di Frigoproduzioni. Con Greta Tommesani presenta “CA-NI-CI-NI-CA” presso Romaeuropa Festival nell’ottobre 2023.

Io sono Federico. Faccio teatro, faccio molte cose a teatro. In questo momento mi è difficile dire cosa faccio nello specifico. Per esempio in questo progetto mi occupo di drammaturgia, regia e dell’allestimento tecnico.

CA-NI-CI-NI-CA: un focus sullo sfruttamento lavorativo

Romaeuropa Festival

Ho chiesto a Greta Tommesani e Federico Cicinelli di essere i nostri occhi e di spiegare, partendo dal presupposto che nessuno fosse presente in sala, lo spettacolo.

È uno spettacolo che si incentra su due temi: il lavoro e la comunicazione di esso come tema sociale. Il focus è sullo sfruttamento lavorativo.

È uno spettacolo che si incentra su due temi: il lavoro e la comunicazione delle cause sociali. Il focus è sull’(auto)-sfruttamento lavorativo.

In particolare, volevo parlare dello sfruttamento lavorativo nelle filiere agroalimentari non come di una situazione emergenziale, ma quanto un fenomeno sistemico determinato dalle dinamiche di un sistema produttivo dominato dalla Grande Distribuzione Organizzata.

Mi interessava ricercare una rappresentazione di chi è soggetto a sfruttamento come persone e lavoratori che il pubblico non percepisse come totalmente estranei, ma vicini per alcuni aspetti del modo di vivere e pensare al lavoro.

Quindi, ho provato a mettere a fuoco elementi in comune a esperienze lavorative trasversali a diversi settori (oltre a quello agricolo, quello sociale e culturale) e caratterizzate da (auto)sfruttamento e precarietà: il potere di mercato di chi determina il prezzo (del lavoro o del prodotto stesso) in una filiera produttiva; l’ossessione alla produttività che, combinata con il senso di identificazione con il proprio lavoro, porta all’autocontrollo e all’autosfruttamento da parte del lavoratore. La seconda macro-tematica è la comunicazione di cause sociali, come lo sfruttamento lavorativo. Con lo spettacolo abbiamo voluto mettere in discussione una modalità di rappresentazione pietista e vittimista.

Va riconosciuto che da tempo questo tipo di comunicazione è messo in discussione  sia per questioni etiche sia per la sua efficacia. In una comunicazione pietista la persona soggetta a una determinata condizione (come lo sfruttamento lavorativo) viene rappresentata come una vittima senza risorse pone chi fruisce della comunicazione in una posizione di distacco e superiorità per cui può provare (al massimo) pietà. Al contrario, Pensavamo fosse interessante esplorare una comunicazione che stimolasse una solidarietà attiva nella quale non si fa qualcosa per il soggetto dello sfruttamento, ma con.

In scena ci siamo io e Federico. MI interessava parlare di questi temi non spiegando al pubblico come la deve pensare secondo me o facendolo sentire in colpa, ma utilizzandomi come specchio per chi guarda, dato che io sono lì presente con le mie contraddizioni.

Federico ha, poi, aggiunto una considerazione sulla modalità con la quale è stato messo in scena lo spettacolo.

Il nostro obiettivo è stato porci allo stesso livello del pubblico. L’unica cosa che ci divide, in fondo, è aver fatto un lavoro di ricerca sul tema. Abbiamo utilizzato tali conoscenze solo per essere più precisi e dire ciò che volevamo.

Il risultato è stato una modalità di stare in scena quotidiano, ma non casuale. Il teatro come luogo in cui una o più persone comunicano con altre che le ascoltano esiste fin dall’inizio ma non siamo interessati, nella prima parte ad esplorarne gli artifici e le potenzialità visive. Questo momento è affidato alla scrittura e l’interpretazione, unico motore in questa fase.

Abbiamo preferito inciampare in una costruzione più teatrale piano piano, quasi per sbaglio. Nello svolgersi dello spettacolo la scatola teatrale si insinua fino a diventare pura finzione nel finale; mezzo per suggerire la possibilità di immaginare.  

Come è nata l’idea?

In un progetto è affascinante vedere non solo il risultato finale, ma anche conoscere la genesi profonda. Ho, per tale motivo, indagato sulla “genetica” del progetto.

Ho iniziato questo progetto da sola. Dal punto di vista più strettamente personale avevo il desiderio di rimettermi in gioco con il teatro e di provare a portare avanti un progetto mio Poi avendo studiato e lavorato nel settore della cooperazione internazionale in Italia e all’estero, volevo parlare di temi che mi per me erano urgenti in quel momento: la comunicazione pietista e l’autosfruttamento nel settore sociale e umanitario.

Un‘altra domanda all’origine di questo progetto è stata: quanto a me interessano davvero questi argomenti? È soltanto un modo per costruirmi un’immagine socialmente accettabile? Mi piaceva l’idea di connettere diversi elementi, diverse esperienze personali per provare a vedere cosa ne può venire fuori, qualcosa che possa essere di stimolo e di interesse per qualcuno. Lo faccio perché non voglio che il mio fare teatro abbia una funzione didattica in senso stretto, ma una funzione di stimolo: distruttiva, ma anche -generativa. Stare in scena mi dà irrequietezza, ma anche mi fa sentire viva e annulla le distanze tra me e le persone con cui parlo.

Greta Tommesani

Federico, d’altro canto, ci racconta come si è avvicinato al progetto.

Io all’inizio sapevo solo che stava provando a mettere su questa idea e, quindi, come un amico curioso sono andato a vederla e mi ha molto interessato dal momento 0, mi ha affascinato la freschezza del progetto che stava portando avanti. Poi è accaduto che Greta mi chiedesse se volessi entrare nel progetto. Inizialmente, infatti, ero un appoggio,  ma da subito abbiamo capito quanto fosse bello passarsi la palla in sala prove.

Ed è stato in quel momento che ho iniziato a scrivere e aggiungere materiale al lavoro, ad immaginare insieme a Greta una forma e uno sviluppo di quell’istinto iniziale; è stato affascinante usare Greta come specchio per capire cosa c’entrassi io in quel contesto. Nei teatri che ci hanno ospitato, inizialmente, è stato emozionante, con quello che avevamo a disposizione, immaginare le prime scene.

Il ruolo del teatro nella sensibilizzazione

sfruttamento lavorativo
Cosimo Trimboli

Aspetto interessante che si lega perfettamente al tema è il ruolo del teatro nella sensibilizzazione sociale. Ne ho parlato, per tale motivo, con Greta e Federico.

Per me una premessa necessaria e interessante è mettere in discussione il legame causa-effetto tra il contenuto sociale di uno spettacolo e il suo valore artistico. Secondo me è rischioso attribuire una qualitàartistica a priori ad una forma d’arte solo perché si costruisce su un tema impegnato.

Un’altra domanda è: “cosa rende uno spettacolo “sociale? ” Per me uno spettacolo che parla di morte è “sociale” se cambia il mio modo di considerare questo argomento. In generale credo il teatro lo sia sempre, se il tempo e lo spazio teatrale sono uno specchio per me stessa e per gli altri, se mi fanno uscire dalla sala cambiata.

Queste domande, nel tempo, mi hanno fatto cambiare il modo con il quale volessi approcciarmi a questi temi. In questo progetto, proviamo a ricorrere all’ironia e autoironia, per tentare di evitare il rischio di un teatro didattico e, pedagogico. Credo che il teatro abbia tante funzioni, non penso che il piegare il teatro esclusivamente a un ruolo sociale sia la strada auspicabile, anzi questa prospettiva mi spaventa parecchio

Greta Tommesani

Cosa significa essere giovani, oggi, nel mondo del lavoro?

Cosimo Trimboli

Lo sfruttamento lavorativo colpisce, oggi, più che mai i giovani e, per tale motivo, ho chiesto a Greta Tommesani e Federico Cicinelli di raccontarmi il loro sentire sulla questione.

È una posizione scomoda, di compromessi, non per tutti intendiamoci. Nei settori artistici, ad esempio, è un po’ più complesso, è impensabile di volerlo fare e riuscirci immediatamente. Banalmente perché per mantenerti, spesso, sei costretto a fare altro e quindi non hai la possibilità di crescere ogni giorno in ciò che vorresti, questo è ciò che mi disturba di più.

Federico Cicinelli

Greta ha portato, invece, alla luce un approccio professionale sempre più comune tra i giovani, soprattutto se liberi professionisti.

Una consapevolezza forse scontata per molte persone giovani è mettere in discussione l’idea di merito che ci porta a pensare:  che l’(in)successo professionale dipenda solo da uno sforzo individuale e rifletta il valore di una persona. C’è invece un privilegio sistemico e logiche di che determinano i nostri successi.

Le realtà che mi piacciono molto e che vedo come un’auspicabile prospettiva sono i collettivi, i gruppi (ad esempio di ricercatrici, giornalisti, artisti indipendenti) di persone che lavorano nello stesso settore e che fanno fronte a un sistema che li vorrebbe in competizione tra loro collaborando, cercando di accedere e rivendicare risorse anche economiche.

E i progetti futuri?

Cosimo Trimboli

Domanda odiosa, ma…

Con tutta onestà non abbiamo pensato ad altri progetti insieme per ora perché l’impegno per questo spettacolo è stato consistente. Ciò che vorremmo fare è lasciarlo respirare un po’: non vederlo come un qualcosa di monolitico, ma come qualcosa in evoluzione, ed anche per questo vorremmo portarlo in giro..

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