Atenei in rivolta per la Palestina: voce agli studenti di Catania

di Costanza
24 Min.

La protesta studentesca a sostegno della Palestina si muove dal basso, le tende stanziate nelle sedi degli Atenei universitari – visivamente – hanno un contatto diretto con il suolo, attraversato, occupato.

Io penso che dal basso si possa fare tutto. Guardiamo ai punti di svolta storici, tantissimi sono il frutto dell’esigenza del popolo di ribellarsi al potere, ai poteri, a determinati meccanismi e sistemi. Credo che la vera politica, ad oggi, possa esistere esclusivamente dal basso. E se non esiste un’informazione, una lotta dal basso essa viene a mancare. Serve (ri)cominciare a parlare tra noi.

Ed è l’obiettivo, oltre quello principale della cessazione degli accordi. Centinaia di studenti e studentesse, in questi giorni, attraversano l’università e vedono le tende montate, un bar in cui possono lasciare un contributo, se vogliono. Ognuno, in questi giorni, trova il suo posto qui: partecipazione alle assemblee, ai momenti di formazione, la poesia, il canto, il campeggiare qui ogni notte. Così si crea un processo di attivazione dal basso.

Virginia, studentessa di Lettere presso l’Università di Catania.

Dagli Stati Uniti alla Spagna, dall’Asia all’Oceania fino all’Italia: Bologna, Torino, Bari, Cagliari, Milano, Siena, Catania….

Ed è proprio con gli studenti e con le studentesse dell’Università di Catania – che in questi giorni stanno occupando il Monastero dei Benedettini di San Nicolò l’Arena, sede del Dipartimento di Scienze Umanistiche, che abbiamo parlato. Tante voci che diventano una. La comunità studentesca. Ed oggi ascolteremo quelle voce che grida con rabbia e speranza “Stop al Genocidio, Palestina Libera”.

Genocidio: una definizione necessariamente politica

Uno degli striscioni presenti nel cortile del Dipartimento di Scienze Umanistiche

Politicamente rispecchia quelle che sono le intenzioni del sionismo israeliano ossia la pulizia etnica, la cancellazione del popolo palestinese in quei territori.

Alessandro, uno studente dell’Accademia delle Belle Arti di Catania.

Il dubbio esiste perchè si ha un legame strettissimo con le definizioni. Questo è un Genocidio perchè è lo sterminio sistematico di un popolo. Gli obiettivi, infatti, sono strategici dal momento in cui sono civili. Bombardano, tra tutti, anche gli ospedali, le scuole. Là ci sono bambini, persone malate, anziani. Un altro aspetto da tenere in conto, secondo me, è che da un punto di vista linguistico il concetto si adatta alla realtà e non il contrario. Per tale motivo è necessario riscrivere proprio la definizione.

Barbara, studentessa di Lettere presso l’Università di Catania

Genocidio. Tra definizioni accademiche e appelli a ragioni storiche c’è chi fa fatica a vederlo come tale. La definizione è codificata nel 1948 dall’Assemblea Generale dell’ONU all’indomani della Shoah.

Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a
provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Convenzione sul Genocidio

Sono molti a sottolineare, soprattutto, una criticità: l’intenzionalità. Criticità che viene sollevata quando, sbagliando, si crede che il massacro in corso sia iniziato il 7 Ottobre 2023 come risposta, quasi legittima, ad Hamas. Da un punto di vista storico non è così.

É da 76 anni che il popolo palestinese viene martoriato da Israele. A partire dal 1948, infatti, con la Fondazione dello Stato d’Israele non accetta, facendo di tutto per annientarla, la presenza dei palestinesi in quei territori.

Barbara, studentessa di Lettere presso L’Università di Catania.

Il valore della Resistenza palestinese

Palestina Libera

Ed è proprio arrivati a questo punto che bisogna cambiare la prospettiva. Non è quella di Israele una risposta ad Hamas, ma esattamente il contrario. Risposta a decenni di violenza e oppressione. Hamas, infatti, pur adottando dei metodi terroristici, nasce come un movimento di liberazione dall’occupazione armata e duratura di Israele. Ma ridurre la Resistenza palestinese ad Hamas non è corretto.

La popolazione civile ogni giorno resiste: vivendo in un territorio in cui tutto è raso al suolo, continuando a scendere nelle piazze deserte. Proprio di Resistenza ho parlato con due ragazze che stanno partecipando all’intifada studentesca, termine arabo che sta a significare una sollevazione, una rivolta.

La resistenza Palestinese ha due significati: il primo è quello di continuare a vivere su un territorio occupato e minacciato costantemente dall’entità sionista; dall’altro è l’offensiva ossia fare un passo avanti per ottenere quello che si vuole.

Giorgia – Collettivo Comunista Aurora

Ci sta insegnando che la lotta può diventare di tutti e di tutte nel mondo con un’emozione meravigliosa. Ed, infatti, secondo me non è un caso che letteralmente tutto il mondo sia in rivolta per il popolo palestinese.

Virginia, studentessa di Lettere presso l’Università di Catania

La resistenza delle donne palestinesi: tra narrazione vittimistica, violenza e riscatto

Resistenza Palestinese

La resistenza palestinese – come tutti i fenomeni umani – diventa un fenomeno intersezionale. Soprattutto se sei una donna. Le donne palestinesi, infatti, vivono una tripla oppressione e violenza come donne, come palestinesi e come oggetti di una narrazione vittimistica. Ne ho parlato con Rosetta, studentessa di Filosofia e militante del Collettivo Comunista Aurora.

Tutti nel contesto della resistenza palestinese hanno un ruolo: non solo gli uomini, ma anche i bambini e le donne. Quest’ultime vengono viste sotto una luce vittimistica. Sostentate dai mariti e dai padri, dai figli maschi. In realtà le donne sono stata essenziali in fenomeni di resistenza storici come, ad esempio, nel contesto del Mandato Britannico del 1920. La resistenza si trasforma così nell’elemento che azzera il gap tra uomini e donne.

Il loro corpo, però, viene visto come un oggetto da possedere da parte delle milizie sioniste, da stuprare. Il corpo femminile, anch’esso, viene percepito come un territorio da occupare. Che serve per tentare di piegare, ancora una volta, il popolo palestinese.

Nel contesto carcerario sionista, invece, le torture sono le stesse per tutti. E le donne in stato di gravidanza, ad esempio, abortiscono a causa delle torture subite. A tal proposito consiglio un libro: Miriam Marino – Con le unghie e con i denti (La resistenza delle donne in Palestina).

15 Maggio: l’inizio dell’Intifada studentesca a Catania

Crediti foto: Giuditta Nicosia

Non è un caso che l’Intifada studentesca a Catania sia iniziata il 15 Maggio, non è un caso che gli studenti e le studentesse abbiano occupato l’Università proprio quel giorno. Ma ascoltiamo cosa mi hanno detto.

L’Acampada studentesca è iniziata il 15 Maggio, giorno del 76esimo anniversario delle Nakba, termine arabo che significa catastrofe. 76 anni fa vi fu, infatti, l’esodo forzato ad opera dei sionisti della popolazione araba palestinese. All’indomani della fondazione dello Stato d’Israele.

Andrea, studente dell’Accademia delle Belle Arti.

Scivoliamo più sull’universale. Perchè gli studenti e le studentesse occupano le università in tutto il mondo? Cosa significa da un punto di vista simbolico? Ne ho parlato con Virginia.

Apre alla possibilità di immaginare e vivere l’Università come un luogo che non è solo studio o continua competizione tra noi, ma anche – e soprattutto – un luogo politico. Cosa che è, ma che non si rende esplicita.

E’ una questione politica che l’Università abbia accordi con le Università Israeliane o con la Leonardo S.p.A (spiegherò successivamente di cosa si tratta) e non li abbia con altre realtà. Si apre alla politica in università in un modo che non si vedeva da anni, soprattutto qui da noi.

Noi stessi siamo politici, ogni scelta che facciamo è politica: cosa compriamo, dove lo compriamo, i posti che frequentiamo. Politicizzare la realtà è essenziale perchè ci permette di capire quali ingiustizie subiamo. E soprattutto di comprendere che esse non sono casi isolati, ma appartengono, ad esempio, a un significativo di studenti e studentesse.

Le proteste in Università, soprattutto se in Occidente, hanno un impatto e danno un segnale essenziale. Considerando il fatto che l’Occidente è – indubbiamente – privilegiato rispetto al resto del mondo.

La mobilitazione dal basso dall’Occidente è fondamentale per vari motivi. Sebbene il Genocidio stia avvenendo in Palestina. L‘Occidente è coinvolto nella vendita di dispositivi bellici, in termini, ad esempio, di carri armati e caccia. Ci sono delle aziende tutte italiane che li forniscono ad Israele e anche alla Turchia, ad esempio.

Ma non solo, gli accordi che le Università occidentali hanno con quelle israeliane, ad esempio, legittimano e finanziano, anche in maniera indiretta, il massacro che la Palestina sta subendo; andando sostanzialmente ad alimentare un sistema.

Barbara, studentessa di Lettere presso l’Università di Catania.

Le pretese degli studenti e delle studentesse al Rettore di UniCT

Unict per la Palestina
Rettorato di UniCT – Foto di Giuditta Nicosia

Cosa pretende la comunità studentesca dal Rettore dell’Università di Catania?

  • la condanna e la denuncia esplicita dell’aggressione militare israeliana sul popolo palestinese e, di conseguenza, il sostegno a quest’ultimo;
  • la cessazione di ogni tipo di accordo universitario tra Unict e gli Atenei israeliani. Che alimentano l’apparato di occupazione coloniale nei confronti della Palestina;
  • la messa a disposizione dei locali universitari, in ogni sua sede, per parlare del genocidio in atto secondo le modalità richieste dalla comunità studentesca e non secondo le decisioni prese dalla componente meramente istituzionale;
  • la cessazione dei rapporti con la Leonardo S.p.A, azienda italiana che trae l’83% dei suoi profitti dall’esportazione di strumenti bellici ad Israele e alla Turchia, ad esempio. E con cui Unict ha dei bandi e alla quale finanzia borse di studio

Proprio di quest’ultimo ho parlato con Ester, studentessa e parte del Collettivo di Medicina Unict – CdM. Quest’ultimo ha indetto una raccolta firme che ha come oggetto la Cessazione degli accordi con la Leonardo S.p.A. E che, ad oggi, ha superato mille firme.

L’obiettivo della Raccolta firme – che verrà consegnata al Rettore – è portare la vertenza della Leonardo S.p.A a studenti e studentesse. All’inizio eravamo leggermente scoraggiati perchè significa mettersi contro una grande azienda. Ma pensiamo ne sia valsa la pena perchè abbiamo trovato un riscontro anche dalle Facoltà che usufruiscono in maniera diretta di questi accordi, come, ad esempio, Ingegneria e Fisica.

Inoltre, abbiamo portato avanti un’importante campagna di informazione. Nel momento in cui ci avviciniamo agli studenti e alle studentesse, prima della firma, spieghiamo chiaramente di cosa si tratta. Anche sulla nostra pagina social abbiamo chiarito cosa produce e quali dei prodotti vengono utilizzati – e come – a discapito del popolo palestinese. Il nostro scopo è stato andare nel tecnico per fornire un’informazione approfondita.

L’unica criticità – che abbiamo sollevato anche nell’appello al Rettore è questa: le borse di studio e i dottorati di ricerca della Leonardo S.p.A potrebbero rappresentare un’opportunità lavorativa. Che non è altro che un ricatto poiché attualmente non esistono alternative.

E deve essere compito dell’Università trovare un’alternativa etica e che non contribuisca al massacro e alla morte di migliaia di persone. Ad oggi siamo fiduciosi. Da un primo incontro con il Rettore, siamo usciti speranzosi perchè si è mostrato abbastanza aperto. Ovviamente, però, recidere concretamente gli accordi che presuppongono anche interessi economici molto più grandi è su un livello differente. Adesso aspettiamo il secondo incontro per consegnare ufficialmente le firme.

Perchè l’intifada studentesca siciliana è fortemente simbolica?

No MOUS e Palestina
Crediti foto: Giuditta Nicosia

Dalla Sicilia alla Palestina, un solo grido, America assassina. Un coro studentesco, si, ma non solo.

La lotta comune dalla Sicilia alla Palestina è una: lottare contro l’imperialismo che ha differenti declinazioni concrete. Le basi militari controllate dagli Stati Uniti e dalla NATO invadono la Sicilia, pensiamo a Sigonella in provincia di Catania. O ancora al MOUS a Niscemi (CL). Che è una stazione di telecomunicazioni a scopo militare, proprietà della Marina Militare USA. Dalla Sicilia, dall’Italia, quindi, si fa la guerra, il Genocidio e si finanzia.

La Sicilia, in tal senso, ha una posizione strategica, trovandosi al centro del Mediterraneo. Alla bandiera Palestinese abbiamo affiancato quella No MUOS.

Giorgia – Collettivo Comunista Aurora

Dall’Università alla Città: il Corteo Cittadino

Dopo 5 Giorni di Acampada presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Domenica 19 Maggio gli studenti e le studentesse sono scesi in Piazza per il corteo cittadino.

A due giorni dall’incontro ufficiale con il Rettore. Un’atmosfera di rabbia e speranza profonda. Le loro gambe avanzano, occupano lo spazio pubblico, per le strade ancora bagnate dalla pioggia. Decine di bandiere e cartelli: il grido è uno, rimbombante: Palestina Libera. From the River to the Sea Palestine will be Free. Ora e sempre resistenza contro lo Stato sionista e la sua violenza.

Un’enorme bandiera della Palestina è distesa, la tengono decine di persone, in testa al corteo. E si muove leggermente con il vento.

La prima sensazione che percepisco in contesti di mobilitazione è una grande fiducia perchè le proteste a livello globale presuppongono il fatto che vi sia una contraddizione in seno al sistema in cui viviamo. E quest’ultima spinge moltissime persone ad attivarsi.

La realtà, infatti, sono più di 40.000 persone uccise. Da parte dei Governi vi è una grandissima noncuranza, un non far nulla. Questa indifferenza mi crea rabbia. Questo ci crea rabbia, noi delle piccole gocce nel mare, ma inarrestabili.

Rosetta, studentessa di Filosofia

L’intifada studentesca per la Palestina documentata dalla fotografia

Di Christian Salerno – un momento di preparazione del materiale per il corteo

Scrivere con la luce questa storia, tra le tante, di protesta è quello che ha fatto Christian Salerno a Catania. L’ho conosciuto in uno dei momenti di pausa tra assemblee, incontri formativi e pranzi sociali in questi giorni di protesta in Università.

Per molti anni, avevo seguito uno stile di vita, a un solo senso, pensando che fosse la strada giusta, studiare, adattarsi stringere i denti e andare avanti, finché non è bastato più. Ad un certo punto mi trovavo in una città, Roma, che non era più la mia, con assenza di valori (…)

Finché un missionario, ma proposto di andare, in Repubblica Democratica del Congo, per fare il fotoreporter, qualcosa. Dal mio rientro e cambiato un po’ tutto, ho lasciato tutto quello che avevo a Roma, e sono tornato nella mia terra, per vedere cosa potevo documentare – in analogico, insieme ad altri progetti esteri.

Cosa ha rappresentato per lui documentare l’Intifada studentesca di Catania?

Quello che mi piace tirare fuori da queste azioni è lo sforzo.
Difficilmente nelle ultime generazioni di studenti/esse, si sono viste lotte così dure come in questi ultimi anni. E soprattutto contaminati da organizzazione e raffinatezza che li rappresentano perfettamente.

Non meno importanti i risultati, che sono portati da queste manifestazioni.
Ormai troppo contaminata dai nuovi media anche la popolazione sembra comportarsi come un flusso di dati.

E riuscire ad avere un opposto che sia da esempio nella creazione di un proprio pensiero rivoluzionario, secondo me, potrà portare alla crescita, di nuovi individui e non masse. Individui più empatici e senza contaminazioni, con consapevolezza, da poter gestire il mondo che ci circonda e portare un vero cambiamento, fisso e duraturo.

Gli studenti, le studentesse e i loro moti interiori

Dare voce agli studenti e alle studentesse significa anche ascoltare i loro sentimenti più profondi.

Ho chiesto, quindi, a loro come stanno e cosa provano, vivendo una mobilitazione di questa portata. E vi assicuro che le loro voci sono l’emblema di un cuore che pulsa.

Sono stanca, ma molto felice. Perchè non ci si è arresi all’idea di non riuscire a fare nulla. Un’idea che si insinua spesso. Lo strumento del boicottaggio di Israele è essenziale. Perchè il popolo palestinese sta resistendo per tutti noi e lo fa con una decenza umana sconvolgente.

Mi emoziona il senso di comunità, lo stare qua insieme. Il nostro confronto sulla Palestina. Ma non solo, sulle nostre vite. Avere il tempo per formarsi. Tanti sono i sentimenti che mi abitano…

Virginia

Io mi sento ottimista, vedo tanta gente. E sento che noi tutti sentiamo una rabbia che ci accomuna ai Palestinesi. Spero che nessuno, ad oggi, pensi solo al proprio gruppo, riproducendo quelle dinamiche che odiamo, spesso, del Potere. Solo in tanti si può ottenere qualcosa.

Giorgia

Ho il cuore che batte fortissimo per la voglia di vincere questa battaglia.

Andrea

L’incontro con il rettore: un nulla di fatto, ma la lotta continua

Rettorato dell’Università di Catania

Giorno 21 Maggio – dopo sei giorni di Acampada, e dopo un incontro con il Rettore presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche che si è concluso con il nulla di fatto; gli studenti e le studentesse hanno occupato il Rettorato.

E’ avvenuta, inoltre, un’interlocuzione con la Prorettrice che ha presentato – nuovamente – le rivendicazioni al Rettore, tra le quali la partecipazione di una delegazione dell’Intifada alla prossima seduta del Senato accademico. Richiesta che è stata negata. Ma gli studenti e le studentesse non si arrendono ad un solo grido: «Nelle scuole, nelle Università Intifada pure qua.»


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