Arancia meccanica: la psicologia dietro il capolavoro di Kubrick

di Emanuele Fornito
7 Min.

Analizzare un film, soprattutto di un artista complesso e profondo come Kubrick, non è mai impresa facile, soprattutto se si è chiamati a trasmettere nozioni difficili anche agli estranei all’opera in questione. Questo articolo non sarà una vera e propria recensione (definirlo un capolavoro imperdibile è sottinteso), piuttosto un focus sul nucleo dell’intero film, su quelle tematiche che si trovano al cuore dell’interpretazione artistica, sociale, filosofica e psicologica che Kubrick fa del romanzo di Anthony Burgess prima, e della sua stessa opera poi. Di conseguenza, non mi soffermerò sulla magistrale regìa, e neanche sull’impeccabile composizione tecnica, fatta di grandangoli, movimenti di macchina a mano e accelerazioni, che ormai è storia del cinema. In questo articolo scopriamo insieme la psicologia che si cela dietro un’icona del cinema: Arancia meccanica.

Introduzione

Sento necessario, prima di affrontare l’essenza dell’articolo, esplicare una breve contestualizzazione per coloro che non hanno mai avuto occasione di visionare l’opera o non ne hanno mai sentito parlare. Chi ha, invece, già familiarità con il film e la sua storia, può passare al paragrafo successivo.

Arancia meccanica (1971), tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess del 1962, segue le vicende di Alex, un ragazzo con tendenze estremamente violente che perpretra pestaggi, furti e soprusi con la sua banda, denominati i “Drughi”, in giro per la propria città. Il ragazzo, che presenta un’ossessione per la Nona Sinfonia di Beethoven, vive in uno stato di particolare distacco con la famiglia e rifiuto verso la scuola, da lui completamente evitata. In generale, lo stile narrativo e le immagini portano lo spettatore ad immergersi in un mondo piuttosto distopico e “disturbante“, quasi addentrandosi nella psiche deviata del protagonista, il quale subirà un processo di evoluzione (o sarebbe il caso di dire involuzione) nel tentativo di sopprimere il suo orientamento brutale.

Alex come simbolo della società

Kubrick ritrova, nel personaggio di Alex, un espediente perfetto per muovere una pesante critica alla società che si presentava ai suoi occhi, verso cui provava sentimenti di sfiducia e diffidenza. Quello rappresentato da Kubrick è infatti un uomo tremendamente violento, alienato e afflitto da frustrazione sessuale, in un rapporto conflittuale con i propri genitori. E, d’altronde, sono proprio queste tre caratteristiche (le più lampanti) a delineare un primo profilo psicologico che può farci comprendere la causa dell’efferatezza di Alex (e, iperbolicamente, della società intera).

Arancia meccanica: libero arbitrio e moralità

Quando un uomo non può scegliere cessa di essere un uomo.

Arancia meccanica (1971)

I punti cardine su cui si basa la riflessione di Kubrick sono due: il libero arbitrio e la moralità. Partiamo dal secondo, ricollegandoci così a quanto detto fin’ora. Alex, nei suoi comportamenti, presenta chiaramente un deficit di moralità e di coscienza delle regole e delle norme sociali e, ancor prima, umane. In sostanza, egli non è capace di discernere il bene dal male e, anzi, ritrova una soddisfazione quasi sadica nel provocare sofferenze al prossimo.

Quando Alex viene arrestato, il governo lo sottopone ad una cura sperimentale per sopprimere i suoi istinti, basata sul più classico dei principi psicologici: il condizionamento pavloviano. Alex è costretto a visionare filmati violenti (riferiti al periodo nazista), mentre viene sottoposto a stimoli avversi che inducono in lui un’associazione volta ad inibire i suoi comportamenti. La cura ha successo, ma rende Alex vittima della sua stessa trasformazione. Ed è qui che ci ricongiungiamo al primo punto: il libero arbitrio. Il protagonista, ritornando quasi imprigionato nei luoghi dei suoi atti passati, diviene perseguitato delle sue stesse vittime, e in balìa di una situazione in cui prova completa repulsione e tormento nelle cose che prima gli provocavano piacere. Alex ritorna in libertà ma, in effetti, è meno libero di prima.

Si cade così in un paradosso morale: l’uomo abbandona il male ma perde completamente la sua libertà; al contrario, essa diviene fonte di violenza, quasi nell’accezione, da intendersi in senso lato, di libertà come condanna del filosofo francese Jean-Paul Sartre.

Da carnefice a vittima

Ora Alex non è più il cattivo della narrazione, ma una vittima indifesa delle “cure” sperimentali subìte, delle persone a cui ha fatto del male, della società, dello Stato e di sé stesso. Ed è proprio lo Stato ad essere bersaglio di una nuova critica: esso si rivela manipolatore, alienante, incarnando quella che Pasolini definiva “l’anarchia del potere“, ovvero la pericolosissima e veemente prevaricazione (torniamo alla relazione paradossale libertà-violenza) compiuta dall’autorità. E, non a caso, è quest’ultima che utilizza come simbolo di propaganda lo stesso Alex , il quale ottiene dal ministro l’incarico di capo della polizia e conquista nuovamente il suo completo e primordiale arbitrio: si ricade nel paradosso discusso in precedenza, e la tendenza al male ritorna a predominare nella sua immaginazione.

Come spesso accade nei film di Kubrick, nulla è scontato, nulla è servito: l’ultima parola spetta sempre allo spettatore e alla sua mente critica.

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