Anuptafobia o sindrome di Bridget Jones, come superarla

di Carola Antonucci
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 5 Min.

L’Anuptafobia, comunemente chiamata “sindrome di Bridget Jones” ispirandosi ai celebri film, è una situazione psicologica in cui persiste la paura totalizzante ed irrazionale di rimanere soli e single. La parola etimologicamente deriva dal greco e dal latino: a-nuptus significa “senza matrimonio, unione” e phobos che significa “paura”. Per questo motivo in origine significava la paura di non sposarsi, ma in tempi più recenti dove il matrimonio è raro, ha preso l’accezione del “rimanere single”.

Perché di Bridget Jones?

L’anuptafobia è comunemente chiamata anche “sindrome di Bridget Jones”, ma perché? Il termine informale di definire la situazione psicologia animata dalla fobia di restare single è stato proprio ispirato al personaggio immaginario dei film “Il Diario di Bridget Jones”.

Clinicamente non esiste quindi una vera sindrome di B.J., anche perché non esiste nessun collegamento reale. Il suo personaggio però, spaventato dall’essere single in una società in cui l’unione sentimentale e non è un traguardo da raggiungere, inizia a romanticizzare ogni relazione le si pone davanti. Andando ad esplorare insidie e preoccupazioni di una vita da sola, ma anche di coppia.

I sintomi e le cause dell’Anuptafobia

L’anuptafobia può manifestarsi attraverso una serie di segnali fisici ed emotivi di diversa entità, vediamo quali.

  • ansia persistente o i cosiddetti “attacchi d’ansia” che sono dovuti alla preoccupazione costante di rimanere single o di non trovare un partner romantico o la scelta giusta.
  • pensieri ossessivi, ricorrenti e intrusivi, legati alla paura di rimanere single per sempre.
  • evitamento e isolamento sociale, meccanismo di autodifesa per evitare confronti con la propria situazione sentimentale.
  • sentimenti di tristezza, angoscia o scoraggiamento.

Per quanto riguarda i sintomi fisici, possono presentarsi:

  • palpitazioni
  • sudorazione eccessiva
  • nausea
  • insonnia
Le cause
Anuptafobia, condizione psicologica

In una società che grida allo scandalo se determinati traguardi, come l’avere un lavoro stabile o una famiglia, non vengono raggiunti è normale avere momenti di sconforto e sotto pressione. Diversi fattori culturali hanno normalizzato nel tempo che avere una famiglia sia una tappa fondamentale del percorso umano e fanno quindi pensare “ho 30 anni e nemmeno un partner, come farò ad avere una famiglia?”. Dire che è normale sentirsi spaventati, non giustifica per nulla tali pressioni sociali, è vero. L’importante però è iniziare un percorso di accettazione che porta ad un benessere psico-fisico.

Le esperienze pregresse sono una delle maggiori cause dell’anuptafobia. Non riuscire a fidarsi sentimentalmente più di un ipotetico partner a causa delle passate esperienze negative è alla base di questa sindrome psicologica. TI fa pensare che non ci sarà più nessuno in grado di valicare i muri e di conseguenza rimanere solo per sempre.

C’è chi poi, alla base, soffre di dipendenza emotiva. C’è chi, infatti, potrebbe voler a tutti i costi una persona al proprio fianco poiché incapace di vivere la propria vita in solitaria. Percepisce la presente dell’altro come fondamentale nelle proprie giornate.

Per concludere, un’altra importante causa è quella della bassa autostima. Si pensa che per “valere”, per “essere qualcuno” nella società, per essere “visti” c’è per forza bisogno di essere anche amati. Come se si vivesse solo accanto a qualcuno, perché se ami e vieni amato allora “sei un grande”, altrimenti non sei nessuno.

Come superare l’Anuptafobia?

Per superare qualsiasi disturbo o condizione psicologica è necessario rivolgersi ad uno specialista del settore. Uno psicologo, in questo caso, potrebbe essere utile per scovare una causa e limitarne le conseguenze.

Secondo quanto si legge su Unobravo.com, un gruppo di psicologi formati ed in gamba, leggiamo piccoli consigli su come poter superare l’anuptafobia. Tra i consigli leggiamo il favorire l’auto-riflessione in modo da analizzare le paure per capirne cosa le alimenta e da dove provengono. Soprattutto, però, lavorare sull’autostima per alimentarla e farla crescere e che possa derivare da qualcosa di personale e mai strettamente correlata ad eventi, pensieri o atteggiamenti di altre persone.

Di Nina D’Amato.


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