Afghanistan: quando l’URSS invase

di Emanuele Lo Giudice
6 Min.

Era il 1979 quando l’Afghanistan venne invaso dai sovietici e la politica della “distensione” ricevette un duro colpo. Cosa successe quel dicembre?

L’invasione dell’Afghanistan rappresenta uno degli eventi più importanti della Guerra fredda, la quale ormai, nel 1979, perdurava già da 30 anni. Sebbene sia gli USA che l’URSS avessero il comune desiderio di ridurre le armi nucleari, arrivando ad una distensione, questa si avvitò su se stessa già dalla metà degli anni ’70.

Nonostante gli accordi sul disarmo e le politiche avviate da entrambe le super potenze, negli anni ’70 sia l’una che l’altra guardavano con diffidenza il proprio rivale. Valeva ancora il “gioco a somma zero“, dove la vittoria di uno significava la perdita dell’altro, sentito pesantemente sia al Cremlino che alla Casa Bianca.

Con la perdita in Vietnam gli Stati Uniti arrivarono a temere che l’URSS potesse approfittare così da diventare una potenza globale. Il colpo decisivo alla distensione? L’invasione dell’Afghanistan del 1979.

Quali antefatti?

Nur Mohammad Taraki

Possiamo far risalire le cause del conflitto all’anno che precede l’invasione. Nel 1978, il governo di Mohamed Daoud Khan venne rovesciato da un colpo di Stato potato a termine dal PDPA (Mohamed Daoud Khan), che mise al governo Nur Mohammad Taraki, filosovietico.

Il golpe di Taraki tentò di “sovietizzare” la società afghana, sconvolgendo la struttura instaurata prima da Daoud e spingendo per un nuovo Stato socialista guidato dal Partito. Tale volontà e il progressismo cozzarono con la società afghana, particolarmente ancorata ai principi dell’Islam, cosa che scatenò una violenta resistenza armata. La “Jihad“, ossia “guerra santa”, fu infatti la resistenza antisovietica che venne portata avanti negli anni successivi al golpe Taraki.

La situazione cadde definitivamente quando il Primo Ministro Amin, nel settembre del 1979, rovesciò Taraki e lo uccise, minando l’influenza sovietica in un territorio che Mosca considerava ormai come proprio “satellite”.

Quella che per Mosca doveva essere una “breve spedizione”, la quale previde l’invio di un grande corpo di spedizione nel Paese dell’Asia centrale, si rivelò una guerra lunga 10 anni.

Afghanistan: il conflitto in quattro fasi

Iniziata con l’Operazione Storm 333, che portò il KGB ad uccidere Amin nella Residenza Presidenziale, l’invasione portò più di 50mila uomini a bloccare il Paese. Pochi giorni dopo, tutto le strutture governative nazionali erano ormai sotto l’Armata Rossa. Se nella prima fase dell’invasione i sovietici portarono a casa una bella vittoria, già dal 1980 la situazione si incrinò.

Dal 1980 iniziò infatti la lotta contro i “mujaheddin“, i quali erano sostenuti e finanziati dall’allineamento USA-sauditi-pakistani. Mosca capì che la forza militare era ormai inutile contro la resistenza, che andava mano mano ampliandosi, così optò per la via politica. Tale volontà non ebbe successo.

Con l’avvento di Gorbaciev al comando dell’URSS, Mosca procedette all’ “afghanizzazione” del conflitto, in vista di un futuro (e ormai inevitabile” ritiro sovietico dal Paese. La resistenza antisovietica era infatti aumentata, segnando il 1986 come l’anno più sanguinoso. Fu infatti da quell’anno, fino al 1989, che si vide il lento ritiro delle truppe sovietiche. Il ritiro iniziò nel 1988, dopo un primo atto di riconciliazione tra le forze in campo. A Ginevra si erano infatti riunite le delegazioni sovietiche, afghane, statunitensi e pakistane, che negoziarono fino all’aprile del 1988.

L’URSS aveva definitivamente perso ciò che aveva iniziato dieci anni prima. La guerra in Afghanistan fu probabilmente quella dove USA e URSS si fronteggiarono in modo più diretto. Il supporto americano agli afghani venne visto dal Cremlino come una volontà d’espansionismo di Washington in area asiatica, dunque una minaccia all’intera URSS. Si inaugurava un nuovo gelo tra gli USA e l’URSS.

Fonti: Limes, Geopolitica.com, Il Post, Treccani

Scritto da Emanuele Lo Giudice


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