5 modi di dire comunissimi tratti incredibilmente dalla Divina Commedia

di Costanza
7 Min.

Al giorno d’oggi, ancora, è diffusa l’idea che la letteratura e che, opere come la Divina Commedia, siano distanti dalla vita quotidiana. Parola poetica e linguaggio comune due rette parallele che si incontrano all’infinito, che in realtà è un po’ come dire che non si incontrano mai.

E’ davvero così? E se vi dicessi che alcuni dei modi di dire più celebri derivano dal capolavoro della letteratura italiana: la Divina Commedia di Dante Alighieri. Cosa dite? Non ci credete?

Tenetevi pronti perchè alla fine dell’articolo sarete costretti a cambiare idea.

1) Divina Commedia, Inferno; “Non mi tange”

E’ accaduto almeno una volta nella vita di ognuno di noi di affermare con tono distaccato: “Non mi tange”.

L’espressione indica a oggi una situazione verso la quale ci mostriamo indifferenti. Un evento, insomma, che non fa nascere in noi alcuna emozione, sia essa negativa o positiva.

La frase idiomatica è di origine dantesca e la possiamo leggere nel secondo Canto dell’Inferno verso 92.

che la vostra miseria non mi tange

che la vostra misera sorte non mi tocca

Beatrice scende nel regno infernale per chiedere a Virgilio (anima virtuosa che è condannata alla pena eterna per essere vissuto prima della nascita di Cristo) di accompagnare Dante nella prima parte del suo viaggio di redenzione spirituale e condurlo quindi alla salvezza.

Virgilio dopo aver lodato Beatrice, le chiede perchè nononostante sia un’anima del Paradiso non ha timore di scendere tra i dannati eterni. A questo punto ella risponde che devono fare paura solo le cose in grado di fare male e poiché lei è fatta da Dio, la misera condizione dei dannati non la tange ossia non la tocca, non la corrompe.

2) Divina Commedia, Inferno; “Stai fresco!”

Sembra proprio uno slang giovanile vero? E invece no, ha 700 anni.

Oggi quando diciamo a qualcuno “stai fresco” vogliamo avvertirlo che la situazione nella quale è immerso andrà a finire male.

A essere immersi nel Cocito, lago ghiacciato, appunto, nella parte più profonda dell’Inferno sono i traditori, condannati a essere conficcati in eterno nel ghiaccio, reso tale dalla corrente fredda causata dal movimento delle ali di Lucifero.

Il modo di dire non è ripreso alla lettera, ma è rielaborato dal verso 117 del 33esimo canto dell’Inferno della Commedia.

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna

mi tocchi discendere nella parte più profonda del Cocito

3) Divina Commedia, Inferno; “Il bel Paese”

Con questa espressione entra in gioco prepotentemente il nostro sentimento nazionale.

Il bel Paese, l’Italia dei paesaggi meravigliosi, della produzione artistica invidiabile e del buon cibo.

Ci troviamo sempre nel 33esimo canto dell’Inferno, verso 80.

Dante pronuncia un’invettiva contro Pisa, accusandola di essere la vergogna degli abitanti dell’Italia e dell’italia stessa dove si parla la lingua del si (come da tripartizione effettuata da Dante nel De Vulgari Eloquentia: lingua del sì in Italia, lingua d’oïl nella Francia del Nord e lingua d’oc nella Francia del Sud, ossia la Provenza rispettivamente italiano, francese e provenzale).

del bel paese là dove ‘l sì suona

del bel paese là dove il si suona

4) Inferno; “Mi fa tremar le vene e i polsi”

Aiuto! Mi fa tremar le vene e i polsi. Espressione sicuramente più ricercata ma anch’essa comunissima. Al giorno d’oggi viene usata quando si prova una forte paura nei confronti di qualcosa, Paura che nel primo canto dell’Inferno (verso 90) sente anche Dante. Nella selva oscura vede ,infatti, un lupa, simbolo dell’avarizia(poco prima aveva incontrato una lonza, simbolo della lussuria e un leone, simbolo della superbia), che lo rigetta nella selva, tanto da fargli invocare l’aiuto di Virgilio.

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi

perchè essa mi fa tremare le vene e i polsi(ossia tutto il corpo, reso con la figura retorica della sineddoche)

5) Inferno; “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”

L’espressione oggi usata in tono ironico per riferirsi a luoghi “ostili”( come la scuola, l’università o il luogo di lavoro) rappresenta forse il verso più celebra della Divina Commedia: Ci troviamo davanti all’enorme porta dell’inferno(canto terzo). regno ultraterreno dove risiedono per l’eternità i dannati. Su di essa vi è incisa una frase citata al verso 90:

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Abbandonate ogni speranza voi che entrate

Quale speranza? Di uscire dall’inferno, di riveder le stelle…

Scritto da Costanza Maugeri


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